Il mio intervento prende spunto dalla ricerca che ho realizzato sul «consumo della costa», ovvero sul livello di artificializzazione della linea di costa nel Golfo della Spezia, dalla Palmaria alla foce del Magra, passando per il Porto.
Facendolo mi sono reso conto che non potevo analizzare solo una linea, ma perlomeno una fascia, che comprendesse per l’appunto:
- la linea di costa in senso stretto, che ho definito «interfaccia mare-terra»
- l’ambiente sommerso antistante quella linea
- e l’ambiente terrestre a monte della linea di costa.
Per cui la prima riflessione da fare è: la costa non è semplicemente una linea, ma un sistema, formato da più componenti che interagiscono tra loro, sia in senso longitudinale che trasversale.
Nel mio lavoro ho poi dovuto scartare l’analisi della parte sommersa, in quanto difficilmente classificabile tramite foto aerea, per cui mi sono limitato a valutare secondo un «coefficiente di artificialità» solo l’interfaccia mare-terra e l’ambiente a monte. Integrando le due serie di dati sono arrivato ad assegnare un gradiente finale di «artificializzazione» che andava da 1 a 5.
I risultati hanno evidenziato quanto pronosticato, ovvero che la parte interna alla diga è quella maggiormente trasformata, e più ci spostiamo da essa maggiori sono le condizioni di naturalità. Ad esempio all’interno della diga foranea ben l’82% della costa, in base ai criteri da me utilizzati, risulta completamente artificializzato.
Andando però ad analizzare con maggiore dettaglio la parte esterna alla diga possiamo individuare un altro confine che individua una zona di transizione tra la massima artificializzazione e la massima naturalità. Il confine è una linea immaginaria che unisce Punta di Torre Scola in Palmaria al promontorio di Maralunga. Questa fascia comprende quindi sul lato di ponente la Castagna ed il seno di Porto Venere, sul lato di levante il tratto che va da Santa Teresa a Maralunga.
I dati ci dicono che in questa fascia ci sono soprattutto valori intermedi, ma comprende anche il 17% di aree completamente artificializzate e pochi tratti residuali (il 10% circa) ad alto valore di naturalità.
Considerando che le parti più naturali esterne sono sia Area Parco che Zone Speciali di Conservazione, per le quali in qualche modo è stata fatta una chiara scelta pianificatoria (che va ovviamente monitorata), è in questa fascia intermedia che si misura maggiormente l’indirizzo gestionale che si vuole dare della linea di costa:
- vogliamo proseguire nel processo di trasformazione del territorio, adeguandolo alle spinte che ci derivano dal mercato, o vogliamo attivare rigorose politiche di tutela e ripristino?
Ad esempio, una delle aree a maggior valore naturalistico residuali è quella delle Spiaggette di San Giorgio, detta anche «dietro al Castello», compresa tra il Castello di Lerici e la Punta di Maralunga. È un piccolo tratto di costa che si potrebbe definire «a dinamica naturale».
È quasi un caso da manuale: rappresenta la tipica dinamica costiera, in cui il mare erode la costa rocciosa, realizzando una breve falesia, sormontata a sua volta da un versante molto ripido, ma non abbastanza da non poter ospitare una fitta lecceta, che rappresenta il bosco in equilibrio dinamico con i fattori ambientali, per cui relativamente stabile. Gli alberi trattengono i primi decimetri di terra con le loro radici, ma non in modo assoluto, per cui a lungo andare alcuni massi cadono sulla spiaggia o in acqua; il mare li lavora attraverso il moto ondoso e nel tempo produce il detrito che alimenta la spiaggia. La spiaggia stessa è quindi il risultato di questo equilibrio, che, come sempre in natura, è un equilibrio dinamico.
La peculiarità di questo breve tratto di costa è che è molto prossima all’abitato di Lerici ed è anche facilmente accessibile.
Il problema è che ovviamente la spiaggia non è sicura: i cedimenti della roccia non sono frequenti, ma esistono, per cui c’è un certo coefficiente di pericolosità, che si traduce in rischio in relazione a quante persone e con quale frequenza le utilizzano.
Per cui l’accesso è da tempo vietato.
Per garantirne la fruizione il Comune ha elaborato un progetto di messa in sicurezza della zona che prevede tra l’altro un taglio selettivo della vegetazione e la posa in opera di reti di rivestimento della falesia. Il modello dichiarato è quello della spiaggia della Marinella di San Terenzo. A parte quindi la trasformazione in senso paesaggistico, dal punto di vista ecologico quel residuo tratto di costa naturale verrebbe semplificato, andando a perdere svariate funzioni ecologiche.
| La Marinella di San Terenzo |
Per cui vediamo che il principio della «fruizione», dovrebbe essere declinato in modo più complesso di quello che abitualmente facciamo:
- quale modello di fruizione vogliamo rendere possibile?
- Fruire deve per forza coincidere con un consumo di natura?
- Il diritto alla fruizione fin dove si può spingere?
Certo, la fruizione è anche una questione sociale, e coinvolge le dinamiche di classe.
Ad esempio appena a fianco delle spiaggette di San Giorgio, in direzione Maralunga, si sta realizzando la ricostruzione di una villa di notevoli dimensioni che, al pari di altre presenti sul nostro territorio, sfrutta le parti sotterranee nel voler fornire l’illusione di un «inserimento» nella natura poco impattante. Ma il risultato è ovviamente una natura addomesticata (oltre che esclusiva), dove quelle «dinamiche naturali» che caratterizzano le spiaggette sono quasi completamente azzerate. Basti pensare alle parti boschive, che spesso vengono gestite con criteri da «giardino», con alberi diradati e sottobosco azzerato.
| Villa in costruzione a Maralunga |
In entrambi i casi (San Giorgio e Maralunga) i permessi per le opere esistono, le norme sembrano essere rispettate; per cui ancora una volta, al di là della liceità degli interventi, al centro del dibattito ci devono essere i criteri della scelta, che attengono soprattutto l’aspetto culturale e quindi politico.
Gli habitat naturali sono alla base del funzionamento degli ecosistemi e contribuiscono a mantenere condizioni di vita adeguate. Questa considerazione è ancora più importante in una fase di Crisi ambientale globale, nella quale la crisi climatica e la crisi della biodiversità si rafforzano reciprocamente.
Per questo il concetto di fruizione deve essere interpretato in modo più complesso. Fruire un ambiente non significa necessariamente renderlo accessibile senza limiti o trasformarlo fino a eliminare i pericoli. Può significare anche conoscerlo, osservarlo, proteggerlo e accettare che alcune sue parti non siano disponibili a ogni uso.
In questo senso non è più il tempo (non abbiamo più il tempo) di fare eccezioni.
Dobbiamo modificare il paradigma, cambiare alla base l’approccio alla gestione dell’ambiente, per cui ogni scelta dovrà PRIORITARIAMENTE:
- ridurre al minimo le nuove emissioni climalteranti,
- concorrere all’adattamento al cambiamento climatico (attraverso la natura)
- e preservare le funzioni ecosistemiche alla base della vita.
Preservare la funzionalità degli ecosistemi, compresi quelli della linea di costa, concorre al raggiungimento di questi obiettivi.
Non è sufficiente, certo: occorre anche prevedere il ripristino di quegli habitat ancora recuperabili, ma la prima opzione è non produrre ulteriore artificializzazione, ovvero non realizzare ulteriore consumo di suolo.
Anche questo deve diventare un banco di prova da sottoporre alla Politica.
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