lunedì 20 aprile 2026

Una (breve) storia naturale della Grotta della Madonna

Foto pubblicata da Stefano Landi sul gruppo Facebook "Il Golfo della Spezia nel '900"

La grotta della Madonna  vive nei ricordi degli spezzini meno giovani, che fecero in tempo a visitarla nel corso della loro infanzia. Per molti rappresenta l’archetipo della grotta visitabile che coniuga meraviglia per il fenomeno naturale  e slancio devozionale popolare. Potremmo in effetti definirla una icona “pop”.

Nell’epoca dei social è spesso argomento di discussione, alimentata soprattutto da chi vorrebbe vederla aperta, anche in chiave turistica.

Purtroppo manca nei più la consapevolezza di che fenomeno naturale sia la Grotta, perché si sia formata, perché in quel punto; manca per l’appunto quel patrimonio di conoscenze che dovrebbe essere alla base di ogni proposta oculata in merito al destino di questa “peculiarità” spezzina.

Perché proprio di una caratteristica spezzina si tratta: insieme alle “sprugole” è infatti un fenomeno carsico legato alla natura della roccia di cui è costituito soprattutto il promontorio occidentale del Golfo, le colline che separano la Piana oggi occupata dall’Arsenale dal mare di Tramonti.

Carta geologica del Prof. Giovanni Capellini. In verde le rocce calcaree.

La roccia calcarea che costituisce la cosiddetta “Lama della Spezia”, che va dalle isole del Golfo alla zona di Cassana nella media Va di Vara, è una roccia permeabile, che lascia filtrare l’acqua in profondità, dando vita ai fenomeni carsici sotterranei: grotte, stalattiti, stalagmiti, corsi d’acqua sotterranei.

In provincia della Spezia le grotte censite raggiungibili dalla superficie, che rappresentano quindi solo una piccola parte delle cavità presenti nel sottosuolo, sono infatti circa 250, di cui 47 solo nel comune capoluogo. 

Catasto Ligure Grotte

Ma qual è la particolarità della Grotta della Madonna quindi? Che cosa la rende così interessante rispetto a tante altre?

Quello che la contraddistingue è ovviamente quella stalagmite di notevoli dimensioni che la fantasia popolare ha voluto paragonare alla figura della Madonna. Una stalagmite è un pinnacolo che si forma in una grotta a causa del percolamento di gocce d’acqua dal soffitto: sulla volta si forma una stalattite, che convoglia le gocce d’acqua a cadere sul pavimento, in cui si forma appunto una stalagmite.

Questo avviene come fenomeno inverso a quello della corrosione che ha formato le cavità sotterranee: ovvero dapprima l’acqua che filtra dalla superficie si arricchisce di anidride carbonica trasformandosi in acido carbonico, che reagisce con il calcare (carbonato di calcio) rendendolo solubile; quando l’acqua arricchita di bicarbonato di calcio (frutto della reazione tra carbonato di calcio e acido carbonico) “sgorga” in uno spazio aperto, dove c’è minore concentrazione di anidride carbonica, avviene la reazione contraria: il carbonato di calcio si deposita, a “ricostruire” la roccia, dando vita appunto a stalattiti e stalagmiti.

Perché questo avvenga occorre che si realizzi un delicato equilibrio: tra acque percolanti, concentrazione di anidride carbonica, insieme a temperature non troppo alte e ventilazione non eccessiva, fattori questi ultimi che tenderebbero a far asciugare troppo l’ambiente di grotta.

Ciò avviene di solito nelle grotte situate nel profondo del sottosuolo, più difficilmente in quelle collegate alla superficie. 

E difatti la Grotta della Madonna si è formata nelle profondità della collina di Maggiano, sopra a Rebocco, e solo un intervento umano la ha portata “alla luce”. Si, perché non tutti sanno che questa cavità è emersa all’interno di una cava di calcare che era stata aperta nella zona di Proffiano; una delle tante cave aperte per la costruzione dell’Arsenale, delle altre fortificazioni e della città che si andava espandendo molto velocemente tra fine 800 ed inizi 900.

A sinistra una recente carta topografica della zona di Rebocco-Proffiano, a destra una mappa del 1860. Il simbolo con la croce rossa indica il punto in cui si trova la Grotta della Madonna, la linea arancione il fronte della cava, ovvero fin dove si è scavato. La linea rossa indica il piede della collina quando era ancora intatta, e nella carta antica si può vedere la strada di Maggiano che la percorreva per l'intero crinale, fino ad arrivare al piano a Rebocco. Strada che si è dovuta deviare a causa della cava, come possiamo vedere nella carta topografica moderna. L'imbocco della cava si trova a 40 metri di altitudine, mentre la collina in quel punto misurava tra i 50 ed i 60 metri di altezza, Per cui il punto dell'attuale ingresso si trovava in origine a circa 15 metri di profondità.

Sovrapposizione della mappa del 1860 resa in 3D su immagine tridimensionale di Google Earth. L'asterisco indica la posizione dell'imboccatura della Grotta. Si noti il percorso di crinale (strada di Maggiola) sparito insieme al versante in seguito all'apertura della cava di calcare.

E qui emerge la peculiarità della grotta della Madonna, che dovrebbe informare i criteri gestionali della stessa: pur essendo stata messa in luce, alterando di fatto il delicato equilibrio carsico che aveva determinato la formazione della famosa stalagmite, la sua successiva chiusura ha di fatto riattivato il processo costruttivo, di concrezione calcarea, e ridato “vita” alla cavità. Vengono infatti dette “vive” quelle grotte in cui il processo di corrosione e concrezione è attivo e mantiene sempre in funzione la dinamica della grotta.

L’eccezionalità della nostra grotta è quindi dovuta al fatto che, malgrado lo sconquasso generato dalla apertura della cava, per un puro caso si è mantenuta attiva la circolazione sotterranea dell’acqua (che di solito è la prima a scomparire) e la semplice chiusura della porta di accesso (abbinata probabilmente alla forma della cavità e a chissà quali altri microfattori) ha ricreato un equilibrio che se lo avessimo voluto generare in laboratorio avremmo probabilmente avuto difficoltà a riuscirci …

Foto caricata da Carlo Tosti sul gruppo Facebook "Il Golfo della Spezia nel '900". Si nota che il processo di formazione delle concrezioni calcaree è tornato attivo. In altre foto si vede che le incrostazioni hanno gradatamente coperto anche le opere umane interne alla cavità.

Il fatto di avere facile accesso, seppure saltuario e mediato da quei pochi che possono testimoniare con foto e video l’interno, è di fatto già un grande privilegio per la nostra comunità. Ed è questo il vero valore della Grotta della Madonna, e non la sua “valorizzazione turistica” che di fatto metterebbe in una situazione di “stato comatoso” quella che potremo definire la “vita geologica” di una cavità carsica.

Il valore della Grotta della Madonna è infatti proprio quello di essere una grotta attiva a pochi metri dalla superficie, per cui facilmente raggiungibile.

Ma se la grotta venisse aperta al pubblico e infrastrutturata, tutto questo sparirebbe, e potremmo quindi ammirare una cosa bellissima ma “morta”. 

Questo vuol dire non poterci più accedere? Non è detto. Andrebbero studiate le possibilità; la grotta potrebbe essere accessibile solo in poche occasioni, magari garantendo un semplice affaccio, solo per motivi di studio e didattici. Altrimenti potrebbe essere studiata l’alternativa di una “visita virtuale”, dall’esterno, magari con qualche sonda video comandabile che dia agli studenti spezzini la possibilità di vivere comunque l’emozione di perlustrare la “loro” grotta.

Insomma inventiamoci qualcosa, ma manteniamoci la possibilità di seguire da vicino nel tempo l’evoluzione  di un fenomeno naturale eccezionale come questo! 



lunedì 19 gennaio 2026

La Polla di Cadimare resiste e va recuperata

La Polla di Cadimare che resiste: tesi a favore di un suo recupero

In merito al destino del Campo in Ferro di Cadimare, all'interno della base della Marina Militare, di cui è previsto un ulteriore interramento e banchinamento. Al di sotto della discarica del Campo in Ferro soggiace ancora la Polla di Cadimare.

La Polla di Cadimare è un fenomeno carsico (alla Spezia possiamo dire: "fenomeno sprugolare"), ovvero una sorgente alimentata da un flusso d'acqua proveniente dal sottosuolo fessurato, tipico delle rocce calcaree come quelle del lato occidentale del Golfo.

La Lama della Spezia è infatti una formazione tettonica costituita da calcari di diversa natura che danno vita a svariati fenomeni carsici: inghiottitoi, doline e risorgive in superficie; grotte e corsi d'acqua sotterranei in profondità. Si estende dalla zona di Cassana in Val di Vara fino alle isole del Golfo: Palmaria, Tino e Tinetto.

Le rocce calcaree hanno due caratteristiche principali:

  1. Sono compatte e rigide, per cui tendono a fratturarsi a causa dei movimenti di compressione e, soprattutto, di distensione della crosta terrestre.

  2. Hanno una composizione chimica per cui reagiscono dissolvendosi in presenza di acqua arricchita dall'anidride carbonica presente nel suolo.

Di conseguenza, l’intera Lama della Spezia funziona come un immenso bacino di alimentazione (dove l’acqua piovana in parte scorre in superficie e in parte sfrutta le fratture per scendere in profondità) e di riserva. L’acqua riempie le cavità sotterranee e alimenta le risorgive carsiche, che rappresentano il "troppo pieno": quando cioè la pressione idraulica permette all'acqua di risalire tra i detriti e fuoriuscire in superficie.

Carta geologica del Golfo della Spezia di Giovanni Capellini (1863). In verde le aree contraddistinte da rocce calcaree.

La Polla di Cadimare è una delle numerose risorgive del Golfo, che rappresentano uno dei fenomeni naturalistici forse più interessanti del nostro territorio, da sempre studiato e descritto da scienziati e letterati. La Sprugola della Spezia, la Gran Polla di Maggiano, la Nympharum domus, insieme appunto alla Polla di Cadimare, non hanno rappresentato solo un'importante risorsa idrica ed energetica (forza motrice per i mulini della Piana), ma anche un rilevante fenomeno scientifico e identitario; in certi casi, come quello del promontorio che divide Marola da Cadimare, anche turistico.

Non per niente Agostino Fossati l’ha immortalata in una delle sue tele più affascinanti, di proprietà del Municipio e ora esposta nella mostra permanente accanto al Museo del Sigillo in Via Prione. Questo fenomeno naturale così insolito compariva anche in alcune guide turistiche d'epoca: in certi periodi, infatti, la pressione dell’acqua dolce era talmente forte da formare una specie di "fontanella" sul pelo dell’acqua marina, risultando una vera e propria attrazione.

Agostino Fossati. La polla di Cadimare.

Ha senso allora cercare di recuperarla? Certamente, per i motivi sopraddetti: per il suo interesse scientifico, culturale e per la sua testimonianza storica. In tal senso, andrebbe custodito e fatto conoscere l’intero "sistema delle risorgive carsiche della Spezia" (con particolare riferimento al laghetto della Sprugola), uno dei caratteri geografici e idrogeologici salienti del nostro magnifico Golfo.

Ma è possibile? Presumibilmente sì, visto che la Polla continua a esistere. Lo dimostra il fatto che il muro di contenimento della discarica del "Campo in ferro", che ne ha preso il posto, continua a subire i dissesti causati proprio dalla risorgiva, come evidenziato dalle prospezioni geologiche realizzate dal Prof. Giovanni Raggi su incarico della Marina negli anni '80.

Sezione del Campo in Ferro con affioramenti delle acque della Polla e conseguente dissesto della banchina. Ridisegnato da G. Raggi. Il sottosuolo della Spezia: le rocce, i terreni, le acque (Accademia lunigianese di Scienze G. Capellini, 2007)

Conviene alla Marina Militare? Dovrebbe, visto che tali fenomeni naturali sono conseguenza di fattori non controllabili dall’uomo: parliamo di spostamenti di volumi immensi d’acqua dovuti a un equilibrio che si realizza su superfici geografiche vastissime. Qualsiasi riempimento o confinamento, come quello ipotizzato recentemente, verrebbe prima o poi minato alle fondamenta.

Ma cosa ce ne facciamo se la vista rimarrà preclusa? L’area è attualmente interdetta perché militare e interessata dagli ampliamenti della cosiddetta "Base Blu". Tuttavia, occorre valutare che si tratta di un fenomeno naturale che crea condizioni particolari, sia localmente (microhabitat) sia a più ampio raggio, generando quelle condizioni di acque salmastre ideali per la proliferazione dei mitili e favorendo quindi la mitilicoltura.

In questa fase di crisi ambientale, che purtroppo andrà aggravandosi, recuperare gli ecosistemi è fondamentale: renderà il nostro ambiente più resiliente, ovvero capace di resistere a eventi estremi. Senza contare la potenziale importanza della risorsa idrica in un futuro in cui l'acqua dolce sarà sempre più rara e preziosa.

C’è infine un fattore storico-sociale. La trasformazione del Golfo in Piazzaforte marittima per la costruzione dell’Arsenale è stata una delle più grandi mutazioni subite da un territorio italiano per un intervento statale. La Spezia e le sue adiacenze vennero stravolte nei connotati. Le popolazioni del tempo pagarono caro l’avvento dell’Arsenale: spazi immensi espropriati ed un’economia rivoluzionata. Fu l’inizio di una servitù militare in cui la città guadagnò in occupazione, ma pagò caramente in termini di ambiente e salute.

Oggi occorre che lo Stato riconosca finalmente il prezzo pagato dalla comunità spezzina e si impegni per favorire il recupero ambientale e la rinaturalizzazione dei siti. La Polla di Cadimare può rappresentare, da questo punto di vista, un elemento simbolico ma anche concreto di altissimo valore.





lunedì 7 ottobre 2024

Il Caso Vallestrieri, spiegato su basi oggettive

 

Il Bosco di Vallestrieri
Foto Walter Bilotta

Dove è Vallestrieri

La zona interessata dal Progetto corrisponde alla cima posta a nord-ovest del Forte della Rocchetta ed è raggiungibile con la medesima strada “militare” che conduce al Forte. In pratica appartiene al crinale spartiacque del Monte Carpione, caratterizzato da cime più o meno "piatte" in relazione alla natura carsica del promontorio.


La sua storia e la sua specificità

Al momento della realizzazione del sistema difensivo del Golfo in conseguenza della realizzazione dell’Arsenale Militare Marittimo della Spezia la zona venne espropriata dallo Stato (siamo negli anni 80 dell’800) in previsione della costruzione del Forte della Rocchetta.

Coincide quindi con questo evento l’improvviso e totale abbandono sia delle case presenti che delle attività agricolo-pastorali. Quindi la storia dell’abbandono delle coltivazioni è del tutto peculiare rispetto al resto del territorio, dove l’interruzione delle attività tradizionali è stata lenta e graduale raggiungendo l’apice tra il dopoguerra e gli anni 70, per proseguire poi fino ai giorni nostri.

Fino alla metà degli anni 60’ del XX secolo una parte dell’area risultava ancora libera dal bosco mentre già nel 1986 la vegetazione arborea era nettamente prevalente.

Foto satellitare del 1986


Foto aerea del 1965;
nel perimetro dell’area sono evidenziate con retinatura gialla le aree previste nel progetto come coltivi.

Vallestrieri oggi

L’area oggi è in massima parte occupata da un bosco in buona parte maturo, nel senso che è costituito dalle specie autoctone attese, cioè quelle in equilibrio con i fattori ecologici presenti. Ovvero: sui versanti più freschi rivolti a nord un querceto-carpineto che lascia il posto nella zona cacuminale e nei versanti meridionali alla lecceta, “pura” nella parte interna e frammista ad altre specie, sempre autoctone, nel margine ovest (più che altro roverella e pino d’Aleppo).

In verde la parte di bosco che il Progetto prevede di mantenere tale. La parte in cui è previsto il taglio è occupata prevalentemente da lecceta, ed in misura minore da bosco misto a prevalenza di leccio. In blu sono evidenziati i punti in cui si trovano le rovine degli antichi edifici, in massima parte immerse nel bosco.

Dei vecchi edifici abbandonati a fine ‘800 (n.23) rimangono in massima parte solo rovine immerse nel bosco, con la presenza di un unico edifico abitato fino ad epoche recenti (quello posto più a nord, all’interno dell’unica radura presente a Vallestrieri, la cosiddetta “casa del cantoniere”).

I resti della maggior parte degli edifici presentano murature a secco, senza l’utilizzo della malta, il che testimonia riguardo al periodo di costruzione (si ipotizza XVI-XVII secolo) e spiega anche in parte la condizione di rovina odierna.

Il Progetto

Il progetto si intitola “INTERVENTO PER LA VALORIZZAZIONE DEL COMPENDIO DI “VALLESTRIERI” – P.U.O.” e deriva dall’acquisizione da parte di una società immobiliare dell’intera area espropriata dallo Stato a fine ‘800 e messa in vendita dall’Agenzia delle Entrate in epoche recenti.
Il progetto propone “la realizzazione di un Complesso turistico ricettivo …, diffuso ed eco sostenibile, immerso nella collina di Vallestrieri, costituito da n. 11 unità ricettive “Case per Vacanze” …  con  capacità  ricettiva  tra  i  30  e  i  38  posti  letto  ed  ulteriori manufatti a servizio del ricettivo”: “reception-office-infopoint,  ristorante,  aree  relax  e wellness-spa, aree ludico-sportive, atelier culturali, aree di sosta e parcheggio dedicate e-car e e-bike, servizio navetta e-caddy”. È inoltre prevista la realizzazione di biolaghi (n.2) e piscina (n.1).
L’intero  perimetro  del  Complesso  di  Vallestrieri  ha  un’estensione  di  circa  12  ettari  ed  è suddivisa in due porzioni. Per la prima è previsto il mantenimento e la sistemazione dell’area boschiva preesistente e vincolata, per una superficie complessiva di circa 6 ettari e per la seconda il recupero agronomico vegetazionale, delle aree prevalentemente a valle che si sviluppano per ulteriori 6 ettari ca”.
Estratto da una Tavola di Progetto (Elaborato Grafico agro vegetazionale di Recupero Agronomico) da cui si ricavano le aree che dovrebbero essere trasformate da bosco a coltivo, oltre al posizionamento delle unità recettive con la loro relativa area di pertinenza.

Per valutare l’impatto generato dall’attuazione del progetto dobbiamo anche considerare le “Opere di Urbanizzazione Primaria:

  • Viabilità pubblica e di uso pubblico, gli spazi complementari e relativa illuminazione
  • Spazi di Sosta e di Parcheggio …
  • Rete Idrica e Fognaria
  • Opere per il riassetto idraulico e idrogeologico per la messa in sicurezza delle aree urbanizzate 
  • Rete di Distribuzione energia elettrica e gas
  • Pubblica illuminazione
  • Spazi verde attrezzato”.

Si tratta quindi di un progetto essenzialmente immobiliare che trasformerebbe le odierne rovine in moderne strutture ricettive, con la necessità di eliminare il bosco che le ingloba da decenni (6 ettari su 12), trasformandolo in coltivi.

Il Progetto, sia nella relazione generale che in quelle specialistiche, non parla mai di taglio del bosco, ma questo è ovviamente necessario per circa 6 ettari di superficie destinata a ripristinare coltivi, della cui natura però si è persa traccia visto che l’abbandono risale a circa 140 anni fa.

Cosa prevede l’approvazione del PUO e perché deve essere sottoposto a VAS

Il Piano Urbanistico Comunale del Comune di Lerici (PUC) classifica l’area come “PA.10” ovvero area di Presidio Ambientale, aree per le quali vengono definiti obiettivi e limiti, da tradursi poi in un Piano Urbanistico Operativo coincidente in questo caso con il Progetto del proponente. La normativa urbanistica e ambientale vigente in Liguria prevede che tutti i Piani debbano essere sottoposti ad una Valutazione Ambientale Strategica, a parte alcuni casi, come quello in cui il PUC sia già stato sottoposto a VAS (se il Piano Urbanistico ha già superato una VAS vuol dire che quanto è prescritto in esso è ambientalmente “sostenibile” per cui un PUO che ne rispetti norme e prescrizioni è da intendersi a sua volta “sostenibile”).
In questo caso il PUC del Comune di Lerici è stato redatto prima che entrasse in vigore la legge sulla VAS, per cui è sprovvisto di tale Valutazione. Gli elaborati progettuali invece paiono suggerire che il PUO non necessiti di VAS in quanto il PUC è stato sottoposto ad una Verifica di Assoggettabilità alla VAS; ma questo è avvenuto solo parzialmente, in merito all’applicazione del Piano Casa, per cui (anche se venisse riconosciuta tale Verifica) non sarebbe riferibile agli aspetti ambientali di interesse del PUO in questione.
Inoltre il PUO interessa una porzione di ZSC (Zona Speciale di Conservazione), per cui la VAS è ineludibile, accompagnata in casi come questo da una Valutazione di Incidenza che verifichi l’impatto su habitat e specie presenti nella ZSC. E dal momento che le ricadute ambientali del Progetto sono evidenti (taglio del bosco e riedificazione) non c’è clausola di esclusione che tenga.

La linea rossa demarca la separazione della porzione a nord dell’area di progetto che ricade in ZSC, dalla porzione a sud che è ne rimane fuori. Notare che una porzione significativa del taglio del bosco avviene all’interno della ZSC.

Una Valutazione Ambientale Strategica (con Relativa Valutazione di Incidenza) permetterebbe un’indagine ambientale molto piò approfondita di quella realizzata in fase di presentazione del Progetto e potrebbe anche attivare un’Inchiesta Pubblica, ovvero un percorso partecipato in cui i vari portatori di interesse (compresi Comitati e Associazioni) potrebbero portare i loro dati ed esprimere le loro posizioni (compreso degli scenari alternativi) all’interno del processo di approvazione.

Facciamo chiarezza sui vincoli 

Occorre separare nettamente le opinioni (se si è o meno favorevoli al progetto) dagli aspetti normativi (il progetto è conforme a tutte le norme e vincoli insistenti su quell’area?)
L’area di Progetto è completamente ricompresa nella vera e propria “Area Parco” (barrato verde, mentre le Aree Contigue sono in barrato rosso) e parzialmente coincidente con la ZSC Montemarcello (velatura bianca).

Infatti, anche se il Progetto/PUO fosse coerente sia con il PUC che col il PdP (Piano del Parco) dovrebbe comunque essere verificato il rispetto delle norme che tutelano habitat e specie all’interno della ZSC. Ovvero: esistono delle Misure di Mitigazione, previste da Regione nel 2017, che sono state appositamente redatte per rispettare la disposizione dell’Unione Europea che con la Direttiva Habitat del 2006 ha istituito la Rete Natura 2000. In sintesi la UE, attraverso la collaborazione dello Stato e delle Regioni, ha identificato delle aree (ZSC) nelle quali sottoporre a tutela la biodiversità (habitat e specie che le caratterizzano) e che sono ricomprese in elenchi denominati Allegati.
Ma come è possibile che un progetto che rispetta PUC e PUO rischi di non venire approvato? Questa apparente contraddizione nasce dal fatto che in casi come questo sia il Piano Urbanistico che quello del Parco sono stati elaborati prima che diventasse vigente la Direttiva Habitat; ovvero prima che venissero istituite le Zone Speciali di Conservazione.
Perché non si è provveduto ad aggiornare subito PUC e PdP? In effetti sia il PUC che il PUO sono solo ora in fase di aggiornamento, ma questo avviene con notevole ritardo rispetto a quanto sarebbe previsto dalle norme di settore. Il Piano del Parco, approvato nel 2001, avrebbe dovuto essere revisionato integralmente entro il 2011; il PUC, approvato nel 2002, è solo ora in fase di completa revisione.
Cionondimeno le Direttive Comunitarie vanno rispettate e l’eventuale ritardo nell’aggiornamento dei Piani vigenti non può essere assunto come scusante. Tanto è vero che nei casi in cui ciò non avvenga l’Unione Europea può avviare una procedura di infrazione che può risultare in una pesante multa a carico della Stato inadempiente.
Il Parco, quale Ente Gestore della ZSC Montemarcello, deve quindi garantire l’applicazione delle Misure di Mitigazione attraverso lo strumento della Valutazione di Incidenza.

Perché il Progetto non appare coerente con le Misure di Conservazione della ZSC.

Le Misure di Conservazione vigenti si suddividono in tre tipologie:
  • quelle comuni a tutte le ZSC ricadenti nella medesima area geografica (in questo caso Mediterranea)
  • quelle specifiche per il sito, indipendentemente dall’habitat e dalle specie
  • quelle specifiche per Habitat e specie
Nel caso della ZSC Montemarcello quelle specifiche per il sito vietano, tra l’altro:
  • eradicazione di piante di alto fusto e delle ceppaie vive o morte nelle aree boscate, salvo che: 
    • gli interventi di eradicazione di specie alloctone invasive e/o 
    • interventi finalizzati alla conservazione di habitat o habitat di specie sottoposti a valutazione di incidenza e/o 
    • interventi previsti per motivi fitosanitari e/o di pubblica utilità”; 
  • trasformazione delle aree boscate e alterazione del sottobosco”.
Mentre quelle specifiche per l’Habitat 9340 (Leccete) prevedono, coerentemente a quelle generali per il sito, che la eventuale attività di selvicoltura sia svolta: 
  • favorendo la conversione dei cedui a fustaia disetanea e tutelando gli alberi vetusti e il legno morto; 
  • favorendo  lo sviluppo di situazioni miste con altre latifoglie (in particolare roverella, orniello, carpino) e arbusti della macchia (Arbutus unedo, Viburnum tinus, Phillyrea latifolia, Pistacia terebinthus…) e con avviamento alla fustaia disetanea; 
  • prevedendo l’apertura di radure su superfici limitate, appositamente progettate per la conservazione di aspetti di transizione ed ecotonali (macchia, gariga e prati aridi) per la fauna
Lo scenario “ideale” ipotizzato nelle Misure di Conservazione è quindi molto vicino allo stato di fatto mentre appare significativamente distante da quello di progetto sia per la parte mantenuta a bosco (in cui è prevista una “pulizia” del sottobosco naturalisticamente non corretta) che, ovviamente, per la parte trasformata in coltivi.

Alcuni miti da sfatare
  • Il presunto degrado del sito
Chi si esprime a favore del progetto lo fa anche in nome di un presunto degrado dell’area, esemplificato da concetti quali “l’abbandono di rifiuti” o in merito alla presenza di specie botaniche esotiche o invasive. In effetti, proprio per l’assenza di strade carreggiabili che penetrino l’area, questa non è affetta dal notevole problema delle “discariche abusive” che invece contraddistingue buona parte del territorio circostante. Infatti l’unica parte parzialmente gravata da questo impatto è la radura attorno all’unico edificio propriamente detto (“casa del cantoniere”), appunto perché servita da una strada sterrata.
Per quanto attiene alla qualità della vegetazione, anche qui si può dire che Vallestrieri (proprio perché il recupero della vegetazione spontanea è ormai di lunghissima data) sia territorio libero da specie esotiche invasive (es: robinia e ailanto) e che quelle invasive autoctone (come i rovi) caratterizzino pochissime aree aperte (ancora la radura sopra citata e l’estremo lembo occidentale, di più recente abbandono); mentre l’invasività di specie rampicanti come l’edera si realizza solo a “danno” delle rovine delle antiche case (come è normale che sia).
  • “Chi si oppone al progetto preferisce il bosco ai coltivi”
Chi si oppone al taglio del bosco per aspetti di natura scientifica (in relazione alla sua vetustà ed al suo valore intrinseco - praticamente le solite motivazioni alla base delle Misure di Conservazione della ZSC,  per cui criteri e dati oggettivi) tiene invece assolutamente conto del valore che possono assumere i coltivi “tradizionali” (quando frammisti ad aree a macchia e/o boscate) in merito all’incremento della biodiversità, associata com’è al fattore “eterogeneità ambientale”.
Da questo punto di vista, il recupero dei coltivi collinari è quindi auspicabile, e per raggiungere questo obiettivo non c’è bisogno del taglio del Bosco di Vallestrieri, visto che nell’area di terrazzamenti abbandonati in epoche anche recenti (e quindi facilmente riattivabili) ce ne sono davvero parecchi, alcuni dei quali strettamente prossimi al Bosco di Vallestrieri. 

Il progetto Terre Incolte

A conferma della inconsistenza della motivazione “recupero dei coltivi” come punto di forza del Progetto di villaggio turistico vi è anche un lavoro prodotto negli anni scorsi da parte dello stesso Parco Montemarcello Magra-Vara.
Il Progetto “Terre Incolte” ha provveduto infatti a rilevare e cartografare le particelle di territorio meritevoli di recupero in base a una classificazione delle terre incolte, abbandonate o insufficientemente coltivate.
Nella cartografia prodotta sono state indicate 3 diverse situazioni:
  • i boschi
  • le aree ancora coltivate
  • i coltivi abbandonati o insufficiente coltivati.
Nell'immagine sotto è stata riportata esclusivamente quest'ultima categoria.


L’area di Vallestrieri presenta una matrice boschiva (così classificata dallo stesso progetto Terre incolte) con piccole isole di coltivi abbandonati, mentre le aree da recuperare abbondano in altre parti del territorio del Parco.




sabato 14 maggio 2022

Il palazzo scomparso di Piazza Sant'Agostino: dove si trovava davvero?

Il rendering del palazzo che andrebbe a colmare il "vuoto" del palazzo di Piazza Sant'Agostino posto tra l'omonima Via e Via Calatafimi ha attirato sul progetto (non ancora reso pubblico) tutta una serie di critiche.

Img. 1 (da Città della Spezia)

C'è chi teme per i resti di quel bel portale medievale che si trova ora sul lato Via Calatafimi (estremamente importante in una città in cui si possono apprezzare pochissime tracce di epoca medievale). C'è chi lo considera un falso storico, in quanto non riprende lo stile originario del palazzo che, dalle foto d'epoca, risultava ben più modesto nella sua facciata.

Dimostrerò che se di falso storico si tratta, la falsità è ben maggiore di quella sinora rilevata ...

In una delle poche foto (prima decade del 900) in cui compare la situazione "originaria" (quella ottocentesca) si nota che sia il palazzo tra Via Sant'Agostino e Via Calatafimi (n°1) che quello tra Via Calatafimi e Via Sforza (n°2) non sono oggi più presenti.

Img. 2

Andando a cercare una planimetria antica che riporti questa sistemazione originaria possiamo ricorrere alle tavole "del Chiodo", ovvero i rilievi realizzati intorno al 1860 propedeuticamente alla costruzione dell'Arsenale. 

Realizzando una sovrapposizione dei perimetri dei palazzi su una foto satellitare moderna si nota  che il Palazzo n°1 terminava ben più avanti di dove ora lo si vorrebbe ricostruire (perimetro giallo).

Img. 3 (base ricavata da Google Earth)

E nella famosa foto ottocentesca attribuita a Noack il "nostro" palazzo non è quindi quello che termina la palazzata, bensì uno più interno:

Img. 4

D'altronde questo dato era certamente conosciuto a chi ha curato la ripavimentazione della Piazza in quanto è stata lasciata traccia dell'antico sedime nel disegno realizzato con la disposizione delle pietre.

Img. 5

In conclusione:

  • il palazzo il cui sedime si vuole andare a riutilizzare era un componente interno alla palazzata tra Via Sant'Agostino e Via Calatafimi e non ha mai avuto una facciata sulla Piazza
  • l'edificio n°1 che compare nelle foto di inizio secolo non ha quindi nulla a che vedere con il palazzo in questione
  • in più si può notare che la palazzata andava restringendosi da via Prione a Piazza Sant'Agostino, per cui qualsiasi eventuale "rifacimento" dovrebbe tra le altre cose rispettare questo andamento originario.




lunedì 21 febbraio 2022

LE MOTIVAZIONI DELLA SEGNALAZIONE DELL'OLIVETO DELLA CROCETTA TRA GLI ALBERI MONUMENTALI DELLA REGIONE LIGURIA

 

Ho segnalato (19.02.22) l'oliveto della Crocetta di Porto Venere (come da prassi indicata dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) al Comune di Porto Venere e al competente ufficio regionale per il suo inserimento nell'elenco degli alberi monumentali del Ministero per i quali poi si attua la norma per cui "Salvo che il fatto costituisca reato, per l'abbattimento o il danneggiamento di alberi monumentali si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 5.000 a euro 100.000". Inoltre l'inserimento nell'elenco fornisce la possibilità di accedere ai finanziamenti appositamente dedicati.

Regione ha risposto immediatamente, chiarendo che "L’iter per la proposta di inserimento all’interno dell’Elenco degli alberi monumentali prevede che, a seguito di segnalazione, il Comune sul cui territorio ricade l’esemplare in questione provveda ad effettuare una verifica, attraverso la compilazione di una “scheda di identificazione” ... che deve essere inviata allo scrivente Settore unitamente alla proposta di inserimento nell’elenco regionale degli alberi monumentali. In mancanza di richiesta da parte del Comune l'iter di valutazione non può avere seguito".


Le motivazioni che ho portato sinteticamente nella scheda di segnalazione al Comune sono state: "Si tratta a di un oliveto sopravvissuto alla gelata del 1985 che trova il suo massimo interesse dall'essere associato al famoso muro emisferico detto anche “muro pantesco” posto al confine tra coltivi e falesie del Muzzerone a difendere gli olivi dai forti  venti da libeccio e maestrale. Le chiome risultano modellate dal vento, in plastica continuità con il muro e la sua curvatura in senso sia orizzontale che verti cale. Il muro è attualmente sottoposto a Valutazione di Interesse Culturale da parte delle Soprintendenza, per i caratteri di unicità che lo contraddistinguono".

Ora quindi dovremo verificare che il Comune provveda ad attivare la pratica anche perché dalle linee guida del Ministero non ci sono dubbi che questo gruppo di olivi rientri in più criteri tra i sette previsti dal Ministero:

Criterio b)  pregio  naturalistico  legato  a  forma  e  portamento.
.... nel  caso  di  esemplari  sottoposti  ad  azioni  climatiche  particolari  si  evidenzierà  la singolare conformazione assunta sia dal tronco e dalla chioma che dalle radici e dal colletto.  Ad  esempio  in  presenza  di  vento  dominante  si  evidenzierà  la  chioma  a bandiera  assunta  dall’esemplare,  ...

Criterio f) pregio paesaggistico.  
Il pregio paesaggistico è da attribuirsi ad un albero o ad un insieme di alberi  (componente  naturale)    quando  vengono  soddisfatti  l’aspetto  percettivo,  seppur  questo caratterizzato da una certa  soggettività,    e/o  quello  legato  alla  presenza  incisiva  dell’opera dell’uomo come fautore del paesaggio e come fruitore dello stesso. Si valuterà pertanto, da una parte, se il soggetto  abbia  un  peso  significativo  nella  percezione  del  paesaggio  tale  da “segnarlo”, renderlo unico, riconoscibile, oltre che apprezzabile e/o, dall’altra, se esso costituisca identità  e  continuità  storica  di  un  luogo,  punto  di  riferimento  topografico,  motivo  di toponomastica. ...

Criterio g) pregio  storico-culturale-religioso.  
Trattasi  di  un  criterio  antropologico-culturale.  Esso  fa riferimento al senso di appartenenza e riconoscibilità dei luoghi da parte della comunità locale. L’albero  o  l’insieme  di  alberi  che  rispondono  a  tale  criterio  sono  quelli  che  rappresentano  il valore testimoniale di una cultura, della memoria collettiva, delle tradizioni, degli usi del suolo ma anche delle pratiche agricole e selvicolturali.


 



lunedì 13 aprile 2020

Variazioni storiche del Magra nella zona del ponte di Albiano-Caprigliola

Img 1  Variazioni storiche dell'alveo del Magra 1877-1954-2004
Senza voler necessariamente correlare queste informazioni alla caduta del Ponte (avvenuta il 9 aprile 2020), è importante provare a interpretare come sia variato il fiume in quella zona sia in epoche storiche che nei tempi recenti.
L'immagine 1 è stata realizzata riportando su una foto aerea di Google Maps la perimetrazione dell'alveo attivo del fiume in tre diverse epoche. In rosso l'alveo al 1877, in verde al 1954, in giallo al 2004. L'alveo ottocentesco rappresenta in pratica l'area di naturale divagazione del corso d'acqua. Il progressivo restringimento comporta che gli eventi di piena, a parità di portata, aumentino di livello e di velocità, con maggiore potenza erosiva e di impatto.

Il ponte di Caprigliola sfrutta un punto di naturale restringimento, ma la diminuzione della sezione a monte e a valle ripercuote ovviamente i problemi anche in quell'area.

(I dati sono ricavati da "Studio geomorfologico del Fiume Magra e del Fiume Vara finalizzato alla gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità" , Rinaldi, Simoncini, 2006).

Img 2  Confronto tra diverse immagini di Google Maps tra il 2003 ed il 2018
Analizzando le immagini di Google Earth si nota come, più che l'alluvione del 2011 (registrata nell'immagine del 2012), le modifiche maggiori siano intervenute anteriormente, tra il 2007 ed il 2011: confinamento dell'alveo di magra (ovvero quello che compare bagnato) in sponda sinistra, lato Caprigliola, e ampliamento dell'alveo di piena in sponda destra. Tra il 2012 ed il 2015 si assiste invece ad una erosione in sponda destra, ovvero lato Albiano.
Ovviamente i cambiamenti avvenuti dopo il 2012 possono essere stati in gran parte dovuti alle modifiche conseguenti l'alluvione del 2011 a livello di bacino idrografico: in pratica un assestamento legato al raggiungimento di una nuova fase di equilibrio. A questa modifiche possono anche aver concorso tutti quegli interventi di sistemazione idraulica e difesa spondale realizzati dal 2012 in poi, sia a monte che a valle.
Il fiume è infatti un organismo dinamico fortemente interrelato sia a livello longitudinale (dalla sorgente alla foce) che a livello trasversale (dall'alveo attivo alle aree golenali interessate dagli eventi di piena).


Img 3 e 4 La variazioni più recente a livello del ponte di Caprigliola (per quel che è ravvisabili dalle foto aeree) è stata quella di una erosione in sponda destra, lato Albiano (a sinistra nelle foto)




mercoledì 26 febbraio 2020

Casermette di Pagliari: una cementificazione "fuori luogo"

Raffronto stato esistente e stato di progetto
Preoccupazione per la prevista "Realizzazione opere di urbanizzazione Ex stabilimento fusione tritolo" di cui al "Programma straordinario per la riqualificazione urbana" del Comune della Spezia.
Opere di urbanizzazione (strade e parcheggi), ma anche ampie superfici destinate a piani urbanistici operativi di iniziativa privata, che si sovrapporranno (con una operazione veramente calata dall'alto, che non tiene minimamente conto dello stato preesistente ne del coinvolgimento degli abitanti) su una pregiata area verde costituita in massima parte da vetuste essenze arboree, in prevalenza tigli (ma anche castagni ed aceri), presumibilmente impiantati all'epoca della costruzione degli stabilimenti militari.
In stretta prossimità di un'area sportiva utilizzata da numerose società di calcio giovanile l'area verde fa da filtro a quartieri già abbondantemente impattati da numerose sorgenti inquinanti. Viali alberati che rappresentano una significativa testimonianza della sistemazione a verde delle aree militari.

Ci si chiede se le modalità di utilizzo del territorio, e più specificatamente del suolo, debbano essere sempre le stesse, utilizzando come unico fattore degno di essere considerato quello economico. Anche in casi come questo in cui ci si trova a disporre di un parco verde che fa da filtro tra Darsena, Viale San Bartolomeo e il campo sportivo dove centinaia di ragazzi praticano calcio. Anche quando è ormai evidente che uno dei fattori ineludibili a guidare le nostre scelte debba essere quello relativo alla mitigazione e all'adattamento al cambiamento climatico, in merito al quale il corredo vegetale gioca un ruolo molto importante sotto molteplici punti di vista.

Sovrapposizione della nuova strada e dell'area che ospita edifici e piazzali alla situazione attuale
Senza pure contare l'importanza del fattore impermeabilizzazione del suolo, strategico in epoca di eventi meteorici eccezionali, ingigantito dalla caratteristica specifica di quella parte di territorio, per sua natura molto sensibile al problema degli allagamenti.
Classico progetto calato dall'alto, sia metaforicamente che materialmente: una vera colata di cemento.

Splendidi tigli ed aceri frutto di antiche piantumazioni
l'ingresso all'area
La strada per il campo sportivo, oasi verde