giovedì 20 agosto 2026

Anno 2065: un racconto possibile.


Dal film "Siccità" del 2022, di Paolo Virzì

A rileggere oggi le relazioni dei primi decenni del secolo, l’aspetto che fa più paura non è l’ignoto, ma la precisione tragica delle previsioni. Fin dagli ultimi decenni del Novecento, la comunità scientifica aveva tracciato con accuratezza i contorni del nostro presente. Eppure, per lungo tempo, quelle mappe vennero liquidate come allarmismo. Finché le febbri del pianeta e il silenzioso impoverimento della natura colpivano soltanto territori lontani dai centri del potere economico – le piccole isole inghiottite dal Pacifico, le steppe del Sahel corrose dal sole o il declino degli impollinatori nelle campagne della fascia equatoriale – chi decideva le sorti del mondo preferì credere che il clima fosse una questione da rinviare.

Attorno al 2025, tuttavia, la realtà iniziò a ricalcare con spaventosa esattezza le stime più pessimistiche degli scienziati. Non accadde nulla che non fosse già stato scritto: l'aumento spietato delle ondate di calore, le piogge estreme capaci di devastare interi quartieri in poche ore e il collasso silenzioso ma inesorabile di interi ecosistemi. Nel frattempo, si continuò a cementificare: mentre gli eventi meteo si facevano più violenti, l'impermeabilizzazione del suolo avanzava senza sosta, togliendo alle città la capacità di assorbire l'acqua e limitando le ultime fasce boschive naturali che avrebbero potuto mitigare le temperature.

Malgrado l'evidenza, l'umanità cadde in una trappola proprio negli anni in cui si sarebbe dovuta invertire la rotta. Un'apparente spinta al cambiamento, nata dalle piazze piene di giovani nel 2019 e parzialmente tradotta sulla carta nelle politiche ambientali europee, finì per frantumarsi contro il ritorno improvviso delle guerre. Quando i conflitti armati esplosero ai confini dell'Europa e in Medio Oriente, la corsa alla sicurezza energetica spazzò via ogni piano per il futuro e cancellò le promesse di ripristino della natura.

Invece di cogliere l'opportunità per una conversione sistemica e un’autosufficienza basata sulle fonti rinnovabili, le cancellerie del mondo riaprirono i rubinetti del passato. Si moltiplicarono le rotte del gas naturale liquefatto, si autorizzarono le trivelle da fracking oltreoceano, si riaccesero i cospicui fuochi del carbone. La tanto decantata crisi del comparto automobilistico europeo, che avrebbe dovuto ridisegnare la mobilità pubblica ed elettrica, trovò la sua valvola di sfogo nella riconversione verso l'industria bellica. Le fabbriche metalmeccaniche smisero di progettare treni o batterie per dedicarsi alla produzione di droni, veicoli corazzati e munizioni: una catena del valore ad altissima intensità energetica e priva di qualunque vincolo di emissione

I mercati del petrolio e del gas non solo sopravvissero, ma diventarono la vera causa di una serie di guerre locali per il controllo dei pozzi rimasti, dei valichi marittimi e dei gasdotti. Le emissioni di gas serra non scesero mai, stabilizzandosi su livelli che la scienza aveva definito rovinosi.

Oggi, nel 2065, sappiamo che gli avvertimenti sul superamento dei 2,5 gradi di riscaldamento globale erano fin troppo equilibrati. L’Europa, in particolare, si è trasformata nella regione che si scalda più velocemente al mondo, e la crisi climatica si è saldata in un circolo vizioso con il crollo degli ecosistemi e delle specie..

La vita di tutti i giorni si è ridotta a un'estenuante corsa alle risorse per sopravvivere. Nei mesi estivi, che ormai durano da maggio a ottobre, l'acqua potabile nei rubinetti delle città della Pianura Padana e del sud Europa viene chiusa per mezza giornata. I fiumi che un tempo irrigavano i campi sono ridotti a letti di pietra secca o fango salato; l'acqua del mare è penetrata così a fondo nell'entroterra da rendere sterile un terzo dei terreni agricoli lungo le coste. La scomparsa quasi totale degli insetti impollinatori e il degrado microbiologico dei suoli, consumati e impoveriti da decenni di chimica e cemento, hanno fatto crollare le rese agricole.

La classe media è stata azzerata dal costo della vita. Fare la spesa significa scontrarsi con la scarsità dei beni più semplici: l’olio d’oliva, il grano e il vino sono diventati generi di lusso da acquistare con i bollini di razionamento. Nei condomini delle metropoli, resi ancora più roventi dall'assenza di spazi verdi veri e dalla dominanza dell'asfalto, i continui guasti alla rete elettrica durante i picchi di caldo fermano gli ascensori e i ventilatori, trasformando gli appartamenti dei piani alti in trappole dove migliaia di anziani muoiono ogni estate nell'indifferenza.

Il colpo di grazia non è arrivato soltanto dal meteo, ma dal crollo sinergico degli ecosistemi e delle istituzioni. Con le foreste indebolite dalle parassitosi, dai tagli e dagli incendi, il pianeta ha perso i suoi polmoni naturali di assorbimento, accelerando ulteriormente il riscaldamento. Come avevano previsto i modelli socio-economici più cupi, l'Europa è stata travolta da una doppia spinta: l'impoverimento interno e l'arrivo di decine di milioni di profughi ambientali dall'Africa e dal Medio Oriente, territori resi letteralmente invivibili dal calore e dalla desertificazione.

Di fronte all'emergenza perenne, l'Unione Europea si è sciolta. Al suo posto sono nati governi locali, rigidi e aggressivi. La carta geografica del continente è oggi un mosaico di territori chiusi e distretti dell'acqua blindati, dove le poche risorse rimaste non servono più a ricostruire o ad adattare le città, ma a militarizzare i confini per difendere gli ultimi pozzi d'acqua dolce e i pochi terreni ancora fertili.

Ci eravamo raccontati che il futuro fosse solo una possibilità tra le tante. Era invece una strada già tracciata, e noi abbiamo scelto di percorrerla tutta.


Il testo è stato elaborato con il supporto di Gemini, modello di intelligenza artificiale, sulla base di un preciso input iniziale che comprendeva anche l'indicazione di fare ricorso a fonti attendibili.


Riferimenti e Fonti Scientifiche Integrate

  • Sinergia Crisi Climatica - Biodiversità e Crollo degli Ecosistemi:

    • IPBES-IPCC Co-Sponsored Workshop Report on Biodiversity and Climate Change: Documenta formalmente come la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico siano crisi mutuamente rafforzanti. Il degrado degli ecosistemi naturali (foreste, zone umide, suoli) riduce la capacità di assorbimento del carbonio, accelerando il riscaldamento e innescando ulteriori estinzioni.

    • IPBES Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services: Evidenzia che circa un milione di specie animali e vegetali sono a rischio estinzione, sottolineando l'impatto critico del declino degli impollinatori e della fauna del suolo sulla sicurezza alimentare globale.

  • Consumo di Suolo e Impermeabilizzazione:

    • EEA (European Environment Agency) & ISPRA (Rapporti sul Consumo di Suolo): Dimostrano come la perdita di suolo naturale dovuta a cementificazione e asfalto aumenti drasticamente la vulnerabilità agli eventi meteo estremi (effetto "isola di calore" urbana e azzeramento della ricarica delle falde acquifere durante le precipitazioni intense).

  • Previsioni storiche e accuratezza (Anni '70-'80 e 2025):

    • IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): I primi Assessment Report (dal 1990) e il Charney Report (1979) avevano calcolato la risposta termica globale all'aumento di $\text{CO}_2$ con elevata precisione, collocando l'innalzamento delle temperature nella fascia verificatasi nei primi anni '20 del Duemila.

    • Exxon Internal Studies (1977-1982): I modelli interni delle compagnie petrolifere prevedevano decenni prima il riscaldamento globale odierno con un margine di errore minimo.

  • L'Europa come "Hotspot" e impatti fisici:

    • Copernicus Climate Change Service (C3S) / WMO: Confermano che l'Europa è il continente che si sta scaldando più rapidamente al mondo, a un ritmo doppio rispetto alla media globale.

    • IPCC Sixth Assessment Report (AR6, WGII): Proietta per lo scenario ad alte emissioni la perdita quasi totale dei ghiacciai alpini, l'inaridimento del bacino del Mediterraneo e il crollo della produttività agricola nel Sud Europa fino al 40%.

  • Sicurezza energetica, riarmo e fossili negli anni '20:

    • IEA (International Energy Agency) – World Energy Outlook: Documenta il "rimbalzo" delle fonti fossili dopo il 2022, con l'aumento dei contratti GNL da fracking statunitense e la riapertura del carbone in risposta alla crisi geopolitica.

    • SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute): Analizza l'impennata della spesa militare globale e l'impronta carbonica della difesa, che sottrae capitali alla transizione e genera elevate emissioni.

  • Instabilità socio-politica e migrazioni:

    • Institute for Economics & Peace (IEP) – Ecological Threat Report: Stima che entro il 2050 oltre un miliardo di persone risiederanno in aree prive di risorse idriche o alimentari sufficienti, alimentando flussi migratori e tensioni attorno ai punti caldi delle risorse primarie.





martedì 18 agosto 2026

Golfo della Spezia: consumo della linea di costa, tra fruizione e conservazione, scelte gestionali per il futuro

 Il mio intervento prende spunto dalla ricerca che ho realizzato sul «consumo della costa», ovvero sul livello di artificializzazione della linea di costa nel Golfo della Spezia, dalla Palmaria alla foce del Magra, passando per il Porto.

Facendolo mi sono reso conto che non potevo analizzare solo una linea, ma perlomeno una fascia, che comprendesse per l’appunto:

  • la linea di costa in senso stretto, che ho definito «interfaccia mare-terra»
  • l’ambiente sommerso antistante quella linea
  • e l’ambiente terrestre a monte della linea di costa.

Per cui la prima riflessione da fare è: la costa non è semplicemente una linea, ma un sistema, formato da più componenti che interagiscono tra loro, sia in senso longitudinale che trasversale.

 

Nel mio lavoro ho poi dovuto scartare l’analisi della parte sommersa, in quanto difficilmente classificabile tramite foto aerea, per cui mi sono limitato a valutare secondo un «coefficiente di artificialità» solo l’interfaccia mare-terra e l’ambiente a monte. Integrando le due serie di dati sono arrivato ad assegnare un gradiente finale di «artificializzazione» che andava da 1 a 5.

I risultati hanno evidenziato quanto pronosticato, ovvero che la parte interna alla diga è quella maggiormente trasformata, e più ci spostiamo da essa maggiori sono le condizioni di naturalità. Ad esempio all’interno della diga foranea ben l’82% della costa, in base ai criteri da me utilizzati, risulta completamente artificializzato.

Andando però ad analizzare con maggiore dettaglio la parte esterna alla diga possiamo individuare un altro confine che individua una zona di transizione tra la massima artificializzazione e la massima naturalità. Il confine è una linea immaginaria che unisce Punta di Torre Scola in Palmaria al promontorio di Maralunga. Questa fascia comprende quindi sul lato di ponente la Castagna ed il seno di Porto Venere, sul lato di levante il tratto che va da Santa Teresa a Maralunga.

I dati ci dicono che in questa fascia ci sono soprattutto valori intermedi, ma comprende anche il 17% di aree completamente artificializzate e pochi tratti residuali (il 10% circa) ad alto valore di naturalità.

Considerando che le parti più naturali esterne sono sia Area Parco che Zone Speciali di Conservazione, per le quali in qualche modo è stata fatta una chiara scelta pianificatoria (che va ovviamente monitorata), è in questa fascia intermedia che si misura maggiormente l’indirizzo gestionale che si vuole dare della linea di costa:

  • vogliamo proseguire nel processo di trasformazione del territorio, adeguandolo alle spinte che ci derivano dal mercato, o vogliamo attivare rigorose politiche di tutela e ripristino?

 

Ad esempio, una delle aree a maggior valore naturalistico residuali è quella delle Spiaggette di San Giorgio, detta anche «dietro al Castello», compresa tra il Castello di Lerici e la Punta di Maralunga. È un piccolo tratto di costa che si potrebbe definire «a dinamica naturale».

La parte ancora a dinamica naturale delle Spiaggette di San Giorgio

È quasi un caso da manuale: rappresenta la tipica dinamica costiera, in cui il mare erode la costa rocciosa, realizzando una breve falesia, sormontata a sua volta da un versante molto ripido, ma non abbastanza da non poter ospitare una fitta lecceta, che rappresenta il bosco in equilibrio dinamico con i fattori ambientali, per cui relativamente stabile. Gli alberi trattengono i primi decimetri di terra con le loro radici, ma non in modo assoluto, per cui a lungo andare alcuni massi cadono sulla spiaggia o in acqua; il mare li lavora attraverso il moto ondoso e nel tempo produce il detrito che alimenta la spiaggia. La spiaggia stessa è quindi il risultato di questo equilibrio, che, come sempre in natura, è un equilibrio dinamico.


La peculiarità di questo breve tratto di costa è che è molto prossima all’abitato di Lerici ed è anche facilmente accessibile.

Il problema è che ovviamente la spiaggia non è sicura: i cedimenti della roccia non sono frequenti, ma esistono, per cui c’è un certo coefficiente di pericolosità, che si traduce in rischio in relazione a quante persone e con quale frequenza le utilizzano.

Per cui l’accesso è da tempo vietato.

Per garantirne la fruizione il Comune ha elaborato un progetto di messa in sicurezza della zona che prevede tra l’altro un taglio selettivo della vegetazione e la posa in opera di reti di rivestimento della falesia. Il modello dichiarato è quello della spiaggia della Marinella di San Terenzo. A parte quindi la trasformazione in senso paesaggistico, dal punto di vista ecologico quel residuo tratto di costa naturale verrebbe semplificato, andando a perdere svariate funzioni ecologiche.

La Marinella di San Terenzo

Per cui vediamo che il principio della «fruizione», dovrebbe essere declinato in modo più complesso di quello che abitualmente facciamo:

  • quale modello di fruizione vogliamo rendere possibile?
  • Fruire deve per forza coincidere con un consumo di natura?
  • Il diritto alla fruizione fin dove si può spingere?

 

Certo, la fruizione è anche una questione sociale, e coinvolge le dinamiche di classe. 

Ad esempio appena a fianco delle spiaggette di San Giorgio, in direzione Maralunga, si sta realizzando la ricostruzione di una villa di notevoli dimensioni che, al pari di altre presenti sul nostro territorio, sfrutta le parti sotterranee nel voler fornire l’illusione di un «inserimento» nella natura poco impattante. Ma il risultato è ovviamente una natura addomesticata (oltre che esclusiva), dove quelle «dinamiche naturali» che caratterizzano le spiaggette sono quasi completamente azzerate. Basti pensare alle parti boschive, che spesso vengono gestite con criteri da «giardino», con alberi diradati e sottobosco azzerato.

 

Villa in costruzione a Maralunga

In entrambi i casi (San Giorgio e Maralunga) i permessi per le opere esistono, le norme sembrano essere rispettate; per cui ancora una volta, al di là della liceità degli interventi, al centro del dibattito ci devono essere i criteri della scelta, che attengono soprattutto l’aspetto culturale e quindi politico.

Gli habitat naturali sono alla base del funzionamento degli ecosistemi e contribuiscono a mantenere condizioni di vita adeguate. Questa considerazione è ancora più importante in una fase di Crisi ambientale globale, nella quale la crisi climatica e la crisi della biodiversità si rafforzano reciprocamente.

Per questo il concetto di fruizione deve essere interpretato in modo più complesso. Fruire un ambiente non significa necessariamente renderlo accessibile senza limiti o trasformarlo fino a eliminare i pericoli. Può significare anche conoscerlo, osservarlo, proteggerlo e accettare che alcune sue parti non siano disponibili a ogni uso.

In questo senso non è più il tempo (non abbiamo più il tempo) di fare eccezioni.

Dobbiamo modificare il paradigma, cambiare alla base l’approccio alla gestione dell’ambiente, per cui ogni scelta dovrà PRIORITARIAMENTE:

  • ridurre al minimo le nuove emissioni climalteranti,
  • concorrere all’adattamento al cambiamento climatico (attraverso la natura)
  • e preservare le funzioni ecosistemiche alla base della vita.

Preservare la funzionalità degli ecosistemi, compresi quelli della linea di costa,  concorre al raggiungimento di questi obiettivi.

Non è sufficiente, certo: occorre anche prevedere il ripristino di quegli habitat ancora recuperabili, ma la prima opzione è  non produrre ulteriore artificializzazione, ovvero non realizzare ulteriore consumo di suolo.

Anche questo deve diventare un banco di prova da sottoporre alla Politica.

lunedì 20 aprile 2026

Una (breve) storia naturale della Grotta della Madonna

Foto pubblicata da Stefano Landi sul gruppo Facebook "Il Golfo della Spezia nel '900"

La grotta della Madonna  vive nei ricordi degli spezzini meno giovani, che fecero in tempo a visitarla nel corso della loro infanzia. Per molti rappresenta l’archetipo della grotta visitabile che coniuga meraviglia per il fenomeno naturale  e slancio devozionale popolare. Potremmo in effetti definirla una icona “pop”.

Nell’epoca dei social è spesso argomento di discussione, alimentata soprattutto da chi vorrebbe vederla aperta, anche in chiave turistica.

Purtroppo manca nei più la consapevolezza di che fenomeno naturale sia la Grotta, perché si sia formata, perché in quel punto; manca per l’appunto quel patrimonio di conoscenze che dovrebbe essere alla base di ogni proposta oculata in merito al destino di questa “peculiarità” spezzina.

Perché proprio di una caratteristica spezzina si tratta: insieme alle “sprugole” è infatti un fenomeno carsico legato alla natura della roccia di cui è costituito soprattutto il promontorio occidentale del Golfo, le colline che separano la Piana oggi occupata dall’Arsenale dal mare di Tramonti.

Carta geologica del Prof. Giovanni Capellini. In verde le rocce calcaree.

La roccia calcarea che costituisce la cosiddetta “Lama della Spezia”, che va dalle isole del Golfo alla zona di Cassana nella media Va di Vara, è una roccia permeabile, che lascia filtrare l’acqua in profondità, dando vita ai fenomeni carsici sotterranei: grotte, stalattiti, stalagmiti, corsi d’acqua sotterranei.

In provincia della Spezia le grotte censite raggiungibili dalla superficie, che rappresentano quindi solo una piccola parte delle cavità presenti nel sottosuolo, sono infatti circa 250, di cui 47 solo nel comune capoluogo. 

Catasto Ligure Grotte

Ma qual è la particolarità della Grotta della Madonna quindi? Che cosa la rende così interessante rispetto a tante altre?

Quello che la contraddistingue è ovviamente quella stalagmite di notevoli dimensioni che la fantasia popolare ha voluto paragonare alla figura della Madonna. Una stalagmite è un pinnacolo che si forma in una grotta a causa del percolamento di gocce d’acqua dal soffitto: sulla volta si forma una stalattite, che convoglia le gocce d’acqua a cadere sul pavimento, in cui si forma appunto una stalagmite.

Questo avviene come fenomeno inverso a quello della corrosione che ha formato le cavità sotterranee: ovvero dapprima l’acqua che filtra dalla superficie si arricchisce di anidride carbonica trasformandosi in acido carbonico, che reagisce con il calcare (carbonato di calcio) rendendolo solubile; quando l’acqua arricchita di bicarbonato di calcio (frutto della reazione tra carbonato di calcio e acido carbonico) “sgorga” in uno spazio aperto, dove c’è minore concentrazione di anidride carbonica, avviene la reazione contraria: il carbonato di calcio si deposita, a “ricostruire” la roccia, dando vita appunto a stalattiti e stalagmiti.

Perché questo avvenga occorre che si realizzi un delicato equilibrio: tra acque percolanti, concentrazione di anidride carbonica, insieme a temperature non troppo alte e ventilazione non eccessiva, fattori questi ultimi che tenderebbero a far asciugare troppo l’ambiente di grotta.

Ciò avviene di solito nelle grotte situate nel profondo del sottosuolo, più difficilmente in quelle collegate alla superficie. 

E difatti la Grotta della Madonna si è formata nelle profondità della collina di Maggiano, sopra a Rebocco, e solo un intervento umano la ha portata “alla luce”. Si, perché non tutti sanno che questa cavità è emersa all’interno di una cava di calcare che era stata aperta nella zona di Proffiano; una delle tante cave aperte per la costruzione dell’Arsenale, delle altre fortificazioni e della città che si andava espandendo molto velocemente tra fine 800 ed inizi 900.

A sinistra una recente carta topografica della zona di Rebocco-Proffiano, a destra una mappa del 1860. Il simbolo con la croce rossa indica il punto in cui si trova la Grotta della Madonna, la linea arancione il fronte della cava, ovvero fin dove si è scavato. La linea rossa indica il piede della collina quando era ancora intatta, e nella carta antica si può vedere la strada di Maggiano che la percorreva per l'intero crinale, fino ad arrivare al piano a Rebocco. Strada che si è dovuta deviare a causa della cava, come possiamo vedere nella carta topografica moderna. L'imbocco della cava si trova a 40 metri di altitudine, mentre la collina in quel punto misurava tra i 50 ed i 60 metri di altezza, Per cui il punto dell'attuale ingresso si trovava in origine a circa 15 metri di profondità.

Sovrapposizione della mappa del 1860 resa in 3D su immagine tridimensionale di Google Earth. L'asterisco indica la posizione dell'imboccatura della Grotta. Si noti il percorso di crinale (strada di Maggiola) sparito insieme al versante in seguito all'apertura della cava di calcare.

E qui emerge la peculiarità della grotta della Madonna, che dovrebbe informare i criteri gestionali della stessa: pur essendo stata messa in luce, alterando di fatto il delicato equilibrio carsico che aveva determinato la formazione della famosa stalagmite, la sua successiva chiusura ha di fatto riattivato il processo costruttivo, di concrezione calcarea, e ridato “vita” alla cavità. Vengono infatti dette “vive” quelle grotte in cui il processo di corrosione e concrezione è attivo e mantiene sempre in funzione la dinamica della grotta.

L’eccezionalità della nostra grotta è quindi dovuta al fatto che, malgrado lo sconquasso generato dalla apertura della cava, per un puro caso si è mantenuta attiva la circolazione sotterranea dell’acqua (che di solito è la prima a scomparire) e la semplice chiusura della porta di accesso (abbinata probabilmente alla forma della cavità e a chissà quali altri microfattori) ha ricreato un equilibrio che se lo avessimo voluto generare in laboratorio avremmo probabilmente avuto difficoltà a riuscirci …

Foto caricata da Carlo Tosti sul gruppo Facebook "Il Golfo della Spezia nel '900". Si nota che il processo di formazione delle concrezioni calcaree è tornato attivo. In altre foto si vede che le incrostazioni hanno gradatamente coperto anche le opere umane interne alla cavità.

Il fatto di avere facile accesso, seppure saltuario e mediato da quei pochi che possono testimoniare con foto e video l’interno, è di fatto già un grande privilegio per la nostra comunità. Ed è questo il vero valore della Grotta della Madonna, e non la sua “valorizzazione turistica” che di fatto metterebbe in una situazione di “stato comatoso” quella che potremo definire la “vita geologica” di una cavità carsica.

Il valore della Grotta della Madonna è infatti proprio quello di essere una grotta attiva a pochi metri dalla superficie, per cui facilmente raggiungibile.

Ma se la grotta venisse aperta al pubblico e infrastrutturata, tutto questo sparirebbe, e potremmo quindi ammirare una cosa bellissima ma “morta”. 

Questo vuol dire non poterci più accedere? Non è detto. Andrebbero studiate le possibilità; la grotta potrebbe essere accessibile solo in poche occasioni, magari garantendo un semplice affaccio, solo per motivi di studio e didattici. Altrimenti potrebbe essere studiata l’alternativa di una “visita virtuale”, dall’esterno, magari con qualche sonda video comandabile che dia agli studenti spezzini la possibilità di vivere comunque l’emozione di perlustrare la “loro” grotta.

Insomma inventiamoci qualcosa, ma manteniamoci la possibilità di seguire da vicino nel tempo l’evoluzione  di un fenomeno naturale eccezionale come questo! 



lunedì 19 gennaio 2026

La Polla di Cadimare resiste e va recuperata

La Polla di Cadimare che resiste: tesi a favore di un suo recupero

In merito al destino del Campo in Ferro di Cadimare, all'interno della base della Marina Militare, di cui è previsto un ulteriore interramento e banchinamento. Al di sotto della discarica del Campo in Ferro soggiace ancora la Polla di Cadimare.

La Polla di Cadimare è un fenomeno carsico (alla Spezia possiamo dire: "fenomeno sprugolare"), ovvero una sorgente alimentata da un flusso d'acqua proveniente dal sottosuolo fessurato, tipico delle rocce calcaree come quelle del lato occidentale del Golfo.

La Lama della Spezia è infatti una formazione tettonica costituita da calcari di diversa natura che danno vita a svariati fenomeni carsici: inghiottitoi, doline e risorgive in superficie; grotte e corsi d'acqua sotterranei in profondità. Si estende dalla zona di Cassana in Val di Vara fino alle isole del Golfo: Palmaria, Tino e Tinetto.

Le rocce calcaree hanno due caratteristiche principali:

  1. Sono compatte e rigide, per cui tendono a fratturarsi a causa dei movimenti di compressione e, soprattutto, di distensione della crosta terrestre.

  2. Hanno una composizione chimica per cui reagiscono dissolvendosi in presenza di acqua arricchita dall'anidride carbonica presente nel suolo.

Di conseguenza, l’intera Lama della Spezia funziona come un immenso bacino di alimentazione (dove l’acqua piovana in parte scorre in superficie e in parte sfrutta le fratture per scendere in profondità) e di riserva. L’acqua riempie le cavità sotterranee e alimenta le risorgive carsiche, che rappresentano il "troppo pieno": quando cioè la pressione idraulica permette all'acqua di risalire tra i detriti e fuoriuscire in superficie.

Carta geologica del Golfo della Spezia di Giovanni Capellini (1863). In verde le aree contraddistinte da rocce calcaree.

La Polla di Cadimare è una delle numerose risorgive del Golfo, che rappresentano uno dei fenomeni naturalistici forse più interessanti del nostro territorio, da sempre studiato e descritto da scienziati e letterati. La Sprugola della Spezia, la Gran Polla di Maggiano, la Nympharum domus, insieme appunto alla Polla di Cadimare, non hanno rappresentato solo un'importante risorsa idrica ed energetica (forza motrice per i mulini della Piana), ma anche un rilevante fenomeno scientifico e identitario; in certi casi, come quello del promontorio che divide Marola da Cadimare, anche turistico.

Non per niente Agostino Fossati l’ha immortalata in una delle sue tele più affascinanti, di proprietà del Municipio e ora esposta nella mostra permanente accanto al Museo del Sigillo in Via Prione. Questo fenomeno naturale così insolito compariva anche in alcune guide turistiche d'epoca: in certi periodi, infatti, la pressione dell’acqua dolce era talmente forte da formare una specie di "fontanella" sul pelo dell’acqua marina, risultando una vera e propria attrazione.

Agostino Fossati. La polla di Cadimare.

Ha senso allora cercare di recuperarla? Certamente, per i motivi sopraddetti: per il suo interesse scientifico, culturale e per la sua testimonianza storica. In tal senso, andrebbe custodito e fatto conoscere l’intero "sistema delle risorgive carsiche della Spezia" (con particolare riferimento al laghetto della Sprugola), uno dei caratteri geografici e idrogeologici salienti del nostro magnifico Golfo.

Ma è possibile? Presumibilmente sì, visto che la Polla continua a esistere. Lo dimostra il fatto che il muro di contenimento della discarica del "Campo in ferro", che ne ha preso il posto, continua a subire i dissesti causati proprio dalla risorgiva, come evidenziato dalle prospezioni geologiche realizzate dal Prof. Giovanni Raggi su incarico della Marina negli anni '80.

Sezione del Campo in Ferro con affioramenti delle acque della Polla e conseguente dissesto della banchina. Ridisegnato da G. Raggi. Il sottosuolo della Spezia: le rocce, i terreni, le acque (Accademia lunigianese di Scienze G. Capellini, 2007)

Conviene alla Marina Militare? Dovrebbe, visto che tali fenomeni naturali sono conseguenza di fattori non controllabili dall’uomo: parliamo di spostamenti di volumi immensi d’acqua dovuti a un equilibrio che si realizza su superfici geografiche vastissime. Qualsiasi riempimento o confinamento, come quello ipotizzato recentemente, verrebbe prima o poi minato alle fondamenta.

Ma cosa ce ne facciamo se la vista rimarrà preclusa? L’area è attualmente interdetta perché militare e interessata dagli ampliamenti della cosiddetta "Base Blu". Tuttavia, occorre valutare che si tratta di un fenomeno naturale che crea condizioni particolari, sia localmente (microhabitat) sia a più ampio raggio, generando quelle condizioni di acque salmastre ideali per la proliferazione dei mitili e favorendo quindi la mitilicoltura.

In questa fase di crisi ambientale, che purtroppo andrà aggravandosi, recuperare gli ecosistemi è fondamentale: renderà il nostro ambiente più resiliente, ovvero capace di resistere a eventi estremi. Senza contare la potenziale importanza della risorsa idrica in un futuro in cui l'acqua dolce sarà sempre più rara e preziosa.

C’è infine un fattore storico-sociale. La trasformazione del Golfo in Piazzaforte marittima per la costruzione dell’Arsenale è stata una delle più grandi mutazioni subite da un territorio italiano per un intervento statale. La Spezia e le sue adiacenze vennero stravolte nei connotati. Le popolazioni del tempo pagarono caro l’avvento dell’Arsenale: spazi immensi espropriati ed un’economia rivoluzionata. Fu l’inizio di una servitù militare in cui la città guadagnò in occupazione, ma pagò caramente in termini di ambiente e salute.

Oggi occorre che lo Stato riconosca finalmente il prezzo pagato dalla comunità spezzina e si impegni per favorire il recupero ambientale e la rinaturalizzazione dei siti. La Polla di Cadimare può rappresentare, da questo punto di vista, un elemento simbolico ma anche concreto di altissimo valore.





lunedì 7 ottobre 2024

Il Caso Vallestrieri, spiegato su basi oggettive

 

Il Bosco di Vallestrieri
Foto Walter Bilotta

Dove è Vallestrieri

La zona interessata dal Progetto corrisponde alla cima posta a nord-ovest del Forte della Rocchetta ed è raggiungibile con la medesima strada “militare” che conduce al Forte. In pratica appartiene al crinale spartiacque del Monte Carpione, caratterizzato da cime più o meno "piatte" in relazione alla natura carsica del promontorio.


La sua storia e la sua specificità

Al momento della realizzazione del sistema difensivo del Golfo in conseguenza della realizzazione dell’Arsenale Militare Marittimo della Spezia la zona venne espropriata dallo Stato (siamo negli anni 80 dell’800) in previsione della costruzione del Forte della Rocchetta.

Coincide quindi con questo evento l’improvviso e totale abbandono sia delle case presenti che delle attività agricolo-pastorali. Quindi la storia dell’abbandono delle coltivazioni è del tutto peculiare rispetto al resto del territorio, dove l’interruzione delle attività tradizionali è stata lenta e graduale raggiungendo l’apice tra il dopoguerra e gli anni 70, per proseguire poi fino ai giorni nostri.

Fino alla metà degli anni 60’ del XX secolo una parte dell’area risultava ancora libera dal bosco mentre già nel 1986 la vegetazione arborea era nettamente prevalente.

Foto satellitare del 1986


Foto aerea del 1965;
nel perimetro dell’area sono evidenziate con retinatura gialla le aree previste nel progetto come coltivi.

Vallestrieri oggi

L’area oggi è in massima parte occupata da un bosco in buona parte maturo, nel senso che è costituito dalle specie autoctone attese, cioè quelle in equilibrio con i fattori ecologici presenti. Ovvero: sui versanti più freschi rivolti a nord un querceto-carpineto che lascia il posto nella zona cacuminale e nei versanti meridionali alla lecceta, “pura” nella parte interna e frammista ad altre specie, sempre autoctone, nel margine ovest (più che altro roverella e pino d’Aleppo).

In verde la parte di bosco che il Progetto prevede di mantenere tale. La parte in cui è previsto il taglio è occupata prevalentemente da lecceta, ed in misura minore da bosco misto a prevalenza di leccio. In blu sono evidenziati i punti in cui si trovano le rovine degli antichi edifici, in massima parte immerse nel bosco.

Dei vecchi edifici abbandonati a fine ‘800 (n.23) rimangono in massima parte solo rovine immerse nel bosco, con la presenza di un unico edifico abitato fino ad epoche recenti (quello posto più a nord, all’interno dell’unica radura presente a Vallestrieri, la cosiddetta “casa del cantoniere”).

I resti della maggior parte degli edifici presentano murature a secco, senza l’utilizzo della malta, il che testimonia riguardo al periodo di costruzione (si ipotizza XVI-XVII secolo) e spiega anche in parte la condizione di rovina odierna.

Il Progetto

Il progetto si intitola “INTERVENTO PER LA VALORIZZAZIONE DEL COMPENDIO DI “VALLESTRIERI” – P.U.O.” e deriva dall’acquisizione da parte di una società immobiliare dell’intera area espropriata dallo Stato a fine ‘800 e messa in vendita dall’Agenzia delle Entrate in epoche recenti.
Il progetto propone “la realizzazione di un Complesso turistico ricettivo …, diffuso ed eco sostenibile, immerso nella collina di Vallestrieri, costituito da n. 11 unità ricettive “Case per Vacanze” …  con  capacità  ricettiva  tra  i  30  e  i  38  posti  letto  ed  ulteriori manufatti a servizio del ricettivo”: “reception-office-infopoint,  ristorante,  aree  relax  e wellness-spa, aree ludico-sportive, atelier culturali, aree di sosta e parcheggio dedicate e-car e e-bike, servizio navetta e-caddy”. È inoltre prevista la realizzazione di biolaghi (n.2) e piscina (n.1).
L’intero  perimetro  del  Complesso  di  Vallestrieri  ha  un’estensione  di  circa  12  ettari  ed  è suddivisa in due porzioni. Per la prima è previsto il mantenimento e la sistemazione dell’area boschiva preesistente e vincolata, per una superficie complessiva di circa 6 ettari e per la seconda il recupero agronomico vegetazionale, delle aree prevalentemente a valle che si sviluppano per ulteriori 6 ettari ca”.
Estratto da una Tavola di Progetto (Elaborato Grafico agro vegetazionale di Recupero Agronomico) da cui si ricavano le aree che dovrebbero essere trasformate da bosco a coltivo, oltre al posizionamento delle unità recettive con la loro relativa area di pertinenza.

Per valutare l’impatto generato dall’attuazione del progetto dobbiamo anche considerare le “Opere di Urbanizzazione Primaria:

  • Viabilità pubblica e di uso pubblico, gli spazi complementari e relativa illuminazione
  • Spazi di Sosta e di Parcheggio …
  • Rete Idrica e Fognaria
  • Opere per il riassetto idraulico e idrogeologico per la messa in sicurezza delle aree urbanizzate 
  • Rete di Distribuzione energia elettrica e gas
  • Pubblica illuminazione
  • Spazi verde attrezzato”.

Si tratta quindi di un progetto essenzialmente immobiliare che trasformerebbe le odierne rovine in moderne strutture ricettive, con la necessità di eliminare il bosco che le ingloba da decenni (6 ettari su 12), trasformandolo in coltivi.

Il Progetto, sia nella relazione generale che in quelle specialistiche, non parla mai di taglio del bosco, ma questo è ovviamente necessario per circa 6 ettari di superficie destinata a ripristinare coltivi, della cui natura però si è persa traccia visto che l’abbandono risale a circa 140 anni fa.

Cosa prevede l’approvazione del PUO e perché deve essere sottoposto a VAS

Il Piano Urbanistico Comunale del Comune di Lerici (PUC) classifica l’area come “PA.10” ovvero area di Presidio Ambientale, aree per le quali vengono definiti obiettivi e limiti, da tradursi poi in un Piano Urbanistico Operativo coincidente in questo caso con il Progetto del proponente. La normativa urbanistica e ambientale vigente in Liguria prevede che tutti i Piani debbano essere sottoposti ad una Valutazione Ambientale Strategica, a parte alcuni casi, come quello in cui il PUC sia già stato sottoposto a VAS (se il Piano Urbanistico ha già superato una VAS vuol dire che quanto è prescritto in esso è ambientalmente “sostenibile” per cui un PUO che ne rispetti norme e prescrizioni è da intendersi a sua volta “sostenibile”).
In questo caso il PUC del Comune di Lerici è stato redatto prima che entrasse in vigore la legge sulla VAS, per cui è sprovvisto di tale Valutazione. Gli elaborati progettuali invece paiono suggerire che il PUO non necessiti di VAS in quanto il PUC è stato sottoposto ad una Verifica di Assoggettabilità alla VAS; ma questo è avvenuto solo parzialmente, in merito all’applicazione del Piano Casa, per cui (anche se venisse riconosciuta tale Verifica) non sarebbe riferibile agli aspetti ambientali di interesse del PUO in questione.
Inoltre il PUO interessa una porzione di ZSC (Zona Speciale di Conservazione), per cui la VAS è ineludibile, accompagnata in casi come questo da una Valutazione di Incidenza che verifichi l’impatto su habitat e specie presenti nella ZSC. E dal momento che le ricadute ambientali del Progetto sono evidenti (taglio del bosco e riedificazione) non c’è clausola di esclusione che tenga.

La linea rossa demarca la separazione della porzione a nord dell’area di progetto che ricade in ZSC, dalla porzione a sud che è ne rimane fuori. Notare che una porzione significativa del taglio del bosco avviene all’interno della ZSC.

Una Valutazione Ambientale Strategica (con Relativa Valutazione di Incidenza) permetterebbe un’indagine ambientale molto piò approfondita di quella realizzata in fase di presentazione del Progetto e potrebbe anche attivare un’Inchiesta Pubblica, ovvero un percorso partecipato in cui i vari portatori di interesse (compresi Comitati e Associazioni) potrebbero portare i loro dati ed esprimere le loro posizioni (compreso degli scenari alternativi) all’interno del processo di approvazione.

Facciamo chiarezza sui vincoli 

Occorre separare nettamente le opinioni (se si è o meno favorevoli al progetto) dagli aspetti normativi (il progetto è conforme a tutte le norme e vincoli insistenti su quell’area?)
L’area di Progetto è completamente ricompresa nella vera e propria “Area Parco” (barrato verde, mentre le Aree Contigue sono in barrato rosso) e parzialmente coincidente con la ZSC Montemarcello (velatura bianca).

Infatti, anche se il Progetto/PUO fosse coerente sia con il PUC che col il PdP (Piano del Parco) dovrebbe comunque essere verificato il rispetto delle norme che tutelano habitat e specie all’interno della ZSC. Ovvero: esistono delle Misure di Mitigazione, previste da Regione nel 2017, che sono state appositamente redatte per rispettare la disposizione dell’Unione Europea che con la Direttiva Habitat del 2006 ha istituito la Rete Natura 2000. In sintesi la UE, attraverso la collaborazione dello Stato e delle Regioni, ha identificato delle aree (ZSC) nelle quali sottoporre a tutela la biodiversità (habitat e specie che le caratterizzano) e che sono ricomprese in elenchi denominati Allegati.
Ma come è possibile che un progetto che rispetta PUC e PUO rischi di non venire approvato? Questa apparente contraddizione nasce dal fatto che in casi come questo sia il Piano Urbanistico che quello del Parco sono stati elaborati prima che diventasse vigente la Direttiva Habitat; ovvero prima che venissero istituite le Zone Speciali di Conservazione.
Perché non si è provveduto ad aggiornare subito PUC e PdP? In effetti sia il PUC che il PUO sono solo ora in fase di aggiornamento, ma questo avviene con notevole ritardo rispetto a quanto sarebbe previsto dalle norme di settore. Il Piano del Parco, approvato nel 2001, avrebbe dovuto essere revisionato integralmente entro il 2011; il PUC, approvato nel 2002, è solo ora in fase di completa revisione.
Cionondimeno le Direttive Comunitarie vanno rispettate e l’eventuale ritardo nell’aggiornamento dei Piani vigenti non può essere assunto come scusante. Tanto è vero che nei casi in cui ciò non avvenga l’Unione Europea può avviare una procedura di infrazione che può risultare in una pesante multa a carico della Stato inadempiente.
Il Parco, quale Ente Gestore della ZSC Montemarcello, deve quindi garantire l’applicazione delle Misure di Mitigazione attraverso lo strumento della Valutazione di Incidenza.

Perché il Progetto non appare coerente con le Misure di Conservazione della ZSC.

Le Misure di Conservazione vigenti si suddividono in tre tipologie:
  • quelle comuni a tutte le ZSC ricadenti nella medesima area geografica (in questo caso Mediterranea)
  • quelle specifiche per il sito, indipendentemente dall’habitat e dalle specie
  • quelle specifiche per Habitat e specie
Nel caso della ZSC Montemarcello quelle specifiche per il sito vietano, tra l’altro:
  • eradicazione di piante di alto fusto e delle ceppaie vive o morte nelle aree boscate, salvo che: 
    • gli interventi di eradicazione di specie alloctone invasive e/o 
    • interventi finalizzati alla conservazione di habitat o habitat di specie sottoposti a valutazione di incidenza e/o 
    • interventi previsti per motivi fitosanitari e/o di pubblica utilità”; 
  • trasformazione delle aree boscate e alterazione del sottobosco”.
Mentre quelle specifiche per l’Habitat 9340 (Leccete) prevedono, coerentemente a quelle generali per il sito, che la eventuale attività di selvicoltura sia svolta: 
  • favorendo la conversione dei cedui a fustaia disetanea e tutelando gli alberi vetusti e il legno morto; 
  • favorendo  lo sviluppo di situazioni miste con altre latifoglie (in particolare roverella, orniello, carpino) e arbusti della macchia (Arbutus unedo, Viburnum tinus, Phillyrea latifolia, Pistacia terebinthus…) e con avviamento alla fustaia disetanea; 
  • prevedendo l’apertura di radure su superfici limitate, appositamente progettate per la conservazione di aspetti di transizione ed ecotonali (macchia, gariga e prati aridi) per la fauna
Lo scenario “ideale” ipotizzato nelle Misure di Conservazione è quindi molto vicino allo stato di fatto mentre appare significativamente distante da quello di progetto sia per la parte mantenuta a bosco (in cui è prevista una “pulizia” del sottobosco naturalisticamente non corretta) che, ovviamente, per la parte trasformata in coltivi.

Alcuni miti da sfatare
  • Il presunto degrado del sito
Chi si esprime a favore del progetto lo fa anche in nome di un presunto degrado dell’area, esemplificato da concetti quali “l’abbandono di rifiuti” o in merito alla presenza di specie botaniche esotiche o invasive. In effetti, proprio per l’assenza di strade carreggiabili che penetrino l’area, questa non è affetta dal notevole problema delle “discariche abusive” che invece contraddistingue buona parte del territorio circostante. Infatti l’unica parte parzialmente gravata da questo impatto è la radura attorno all’unico edificio propriamente detto (“casa del cantoniere”), appunto perché servita da una strada sterrata.
Per quanto attiene alla qualità della vegetazione, anche qui si può dire che Vallestrieri (proprio perché il recupero della vegetazione spontanea è ormai di lunghissima data) sia territorio libero da specie esotiche invasive (es: robinia e ailanto) e che quelle invasive autoctone (come i rovi) caratterizzino pochissime aree aperte (ancora la radura sopra citata e l’estremo lembo occidentale, di più recente abbandono); mentre l’invasività di specie rampicanti come l’edera si realizza solo a “danno” delle rovine delle antiche case (come è normale che sia).
  • “Chi si oppone al progetto preferisce il bosco ai coltivi”
Chi si oppone al taglio del bosco per aspetti di natura scientifica (in relazione alla sua vetustà ed al suo valore intrinseco - praticamente le solite motivazioni alla base delle Misure di Conservazione della ZSC,  per cui criteri e dati oggettivi) tiene invece assolutamente conto del valore che possono assumere i coltivi “tradizionali” (quando frammisti ad aree a macchia e/o boscate) in merito all’incremento della biodiversità, associata com’è al fattore “eterogeneità ambientale”.
Da questo punto di vista, il recupero dei coltivi collinari è quindi auspicabile, e per raggiungere questo obiettivo non c’è bisogno del taglio del Bosco di Vallestrieri, visto che nell’area di terrazzamenti abbandonati in epoche anche recenti (e quindi facilmente riattivabili) ce ne sono davvero parecchi, alcuni dei quali strettamente prossimi al Bosco di Vallestrieri. 

Il progetto Terre Incolte

A conferma della inconsistenza della motivazione “recupero dei coltivi” come punto di forza del Progetto di villaggio turistico vi è anche un lavoro prodotto negli anni scorsi da parte dello stesso Parco Montemarcello Magra-Vara.
Il Progetto “Terre Incolte” ha provveduto infatti a rilevare e cartografare le particelle di territorio meritevoli di recupero in base a una classificazione delle terre incolte, abbandonate o insufficientemente coltivate.
Nella cartografia prodotta sono state indicate 3 diverse situazioni:
  • i boschi
  • le aree ancora coltivate
  • i coltivi abbandonati o insufficiente coltivati.
Nell'immagine sotto è stata riportata esclusivamente quest'ultima categoria.


L’area di Vallestrieri presenta una matrice boschiva (così classificata dallo stesso progetto Terre incolte) con piccole isole di coltivi abbandonati, mentre le aree da recuperare abbondano in altre parti del territorio del Parco.