lunedì 7 ottobre 2024

Il Caso Vallestrieri, spiegato su basi oggettive

 

Il Bosco di Vallestrieri
Foto Walter Bilotta

Dove è Vallestrieri

La zona interessata dal Progetto corrisponde alla cima posta a nord-ovest del Forte della Rocchetta ed è raggiungibile con la medesima strada “militare” che conduce al Forte. In pratica appartiene al crinale spartiacque del Monte Carpione, caratterizzato da cime più o meno "piatte" in relazione alla natura carsica del promontorio.


La sua storia e la sua specificità

Al momento della realizzazione del sistema difensivo del Golfo in conseguenza della realizzazione dell’Arsenale Militare Marittimo della Spezia la zona venne espropriata dallo Stato (siamo negli anni 80 dell’800) in previsione della costruzione del Forte della Rocchetta.

Coincide quindi con questo evento l’improvviso e totale abbandono sia delle case presenti che delle attività agricolo-pastorali. Quindi la storia dell’abbandono delle coltivazioni è del tutto peculiare rispetto al resto del territorio, dove l’interruzione delle attività tradizionali è stata lenta e graduale raggiungendo l’apice tra il dopoguerra e gli anni 70, per proseguire poi fino ai giorni nostri.

Fino alla metà degli anni 60’ del XX secolo una parte dell’area risultava ancora libera dal bosco mentre già nel 1986 la vegetazione arborea era nettamente prevalente.

Foto satellitare del 1986


Foto aerea del 1965;
nel perimetro dell’area sono evidenziate con retinatura gialla le aree previste nel progetto come coltivi.

Vallestrieri oggi

L’area oggi è in massima parte occupata da un bosco in buona parte maturo, nel senso che è costituito dalle specie autoctone attese, cioè quelle in equilibrio con i fattori ecologici presenti. Ovvero: sui versanti più freschi rivolti a nord un querceto-carpineto che lascia il posto nella zona cacuminale e nei versanti meridionali alla lecceta, “pura” nella parte interna e frammista ad altre specie, sempre autoctone, nel margine ovest (più che altro roverella e pino d’Aleppo).

In verde la parte di bosco che il Progetto prevede di mantenere tale. La parte in cui è previsto il taglio è occupata prevalentemente da lecceta, ed in misura minore da bosco misto a prevalenza di leccio. In blu sono evidenziati i punti in cui si trovano le rovine degli antichi edifici, in massima parte immerse nel bosco.

Dei vecchi edifici abbandonati a fine ‘800 (n.23) rimangono in massima parte solo rovine immerse nel bosco, con la presenza di un unico edifico abitato fino ad epoche recenti (quello posto più a nord, all’interno dell’unica radura presente a Vallestrieri, la cosiddetta “casa del cantoniere”).

I resti della maggior parte degli edifici presentano murature a secco, senza l’utilizzo della malta, il che testimonia riguardo al periodo di costruzione (si ipotizza XVI-XVII secolo) e spiega anche in parte la condizione di rovina odierna.

Il Progetto

Il progetto si intitola “INTERVENTO PER LA VALORIZZAZIONE DEL COMPENDIO DI “VALLESTRIERI” – P.U.O.” e deriva dall’acquisizione da parte di una società immobiliare dell’intera area espropriata dallo Stato a fine ‘800 e messa in vendita dall’Agenzia delle Entrate in epoche recenti.
Il progetto propone “la realizzazione di un Complesso turistico ricettivo …, diffuso ed eco sostenibile, immerso nella collina di Vallestrieri, costituito da n. 11 unità ricettive “Case per Vacanze” …  con  capacità  ricettiva  tra  i  30  e  i  38  posti  letto  ed  ulteriori manufatti a servizio del ricettivo”: “reception-office-infopoint,  ristorante,  aree  relax  e wellness-spa, aree ludico-sportive, atelier culturali, aree di sosta e parcheggio dedicate e-car e e-bike, servizio navetta e-caddy”. È inoltre prevista la realizzazione di biolaghi (n.2) e piscina (n.1).
L’intero  perimetro  del  Complesso  di  Vallestrieri  ha  un’estensione  di  circa  12  ettari  ed  è suddivisa in due porzioni. Per la prima è previsto il mantenimento e la sistemazione dell’area boschiva preesistente e vincolata, per una superficie complessiva di circa 6 ettari e per la seconda il recupero agronomico vegetazionale, delle aree prevalentemente a valle che si sviluppano per ulteriori 6 ettari ca”.
Estratto da una Tavola di Progetto (Elaborato Grafico agro vegetazionale di Recupero Agronomico) da cui si ricavano le aree che dovrebbero essere trasformate da bosco a coltivo, oltre al posizionamento delle unità recettive con la loro relativa area di pertinenza.

Per valutare l’impatto generato dall’attuazione del progetto dobbiamo anche considerare le “Opere di Urbanizzazione Primaria:

  • Viabilità pubblica e di uso pubblico, gli spazi complementari e relativa illuminazione
  • Spazi di Sosta e di Parcheggio …
  • Rete Idrica e Fognaria
  • Opere per il riassetto idraulico e idrogeologico per la messa in sicurezza delle aree urbanizzate 
  • Rete di Distribuzione energia elettrica e gas
  • Pubblica illuminazione
  • Spazi verde attrezzato”.

Si tratta quindi di un progetto essenzialmente immobiliare che trasformerebbe le odierne rovine in moderne strutture ricettive, con la necessità di eliminare il bosco che le ingloba da decenni (6 ettari su 12), trasformandolo in coltivi.

Il Progetto, sia nella relazione generale che in quelle specialistiche, non parla mai di taglio del bosco, ma questo è ovviamente necessario per circa 6 ettari di superficie destinata a ripristinare coltivi, della cui natura però si è persa traccia visto che l’abbandono risale a circa 140 anni fa.

Cosa prevede l’approvazione del PUO e perché deve essere sottoposto a VAS

Il Piano Urbanistico Comunale del Comune di Lerici (PUC) classifica l’area come “PA.10” ovvero area di Presidio Ambientale, aree per le quali vengono definiti obiettivi e limiti, da tradursi poi in un Piano Urbanistico Operativo coincidente in questo caso con il Progetto del proponente. La normativa urbanistica e ambientale vigente in Liguria prevede che tutti i Piani debbano essere sottoposti ad una Valutazione Ambientale Strategica, a parte alcuni casi, come quello in cui il PUC sia già stato sottoposto a VAS (se il Piano Urbanistico ha già superato una VAS vuol dire che quanto è prescritto in esso è ambientalmente “sostenibile” per cui un PUO che ne rispetti norme e prescrizioni è da intendersi a sua volta “sostenibile”).
In questo caso il PUC del Comune di Lerici è stato redatto prima che entrasse in vigore la legge sulla VAS, per cui è sprovvisto di tale Valutazione. Gli elaborati progettuali invece paiono suggerire che il PUO non necessiti di VAS in quanto il PUC è stato sottoposto ad una Verifica di Assoggettabilità alla VAS; ma questo è avvenuto solo parzialmente, in merito all’applicazione del Piano Casa, per cui (anche se venisse riconosciuta tale Verifica) non sarebbe riferibile agli aspetti ambientali di interesse del PUO in questione.
Inoltre il PUO interessa una porzione di ZSC (Zona Speciale di Conservazione), per cui la VAS è ineludibile, accompagnata in casi come questo da una Valutazione di Incidenza che verifichi l’impatto su habitat e specie presenti nella ZSC. E dal momento che le ricadute ambientali del Progetto sono evidenti (taglio del bosco e riedificazione) non c’è clausola di esclusione che tenga.

La linea rossa demarca la separazione della porzione a nord dell’area di progetto che ricade in ZSC, dalla porzione a sud che è ne rimane fuori. Notare che una porzione significativa del taglio del bosco avviene all’interno della ZSC.

Una Valutazione Ambientale Strategica (con Relativa Valutazione di Incidenza) permetterebbe un’indagine ambientale molto piò approfondita di quella realizzata in fase di presentazione del Progetto e potrebbe anche attivare un’Inchiesta Pubblica, ovvero un percorso partecipato in cui i vari portatori di interesse (compresi Comitati e Associazioni) potrebbero portare i loro dati ed esprimere le loro posizioni (compreso degli scenari alternativi) all’interno del processo di approvazione.

Facciamo chiarezza sui vincoli 

Occorre separare nettamente le opinioni (se si è o meno favorevoli al progetto) dagli aspetti normativi (il progetto è conforme a tutte le norme e vincoli insistenti su quell’area?)
L’area di Progetto è completamente ricompresa nella vera e propria “Area Parco” (barrato verde, mentre le Aree Contigue sono in barrato rosso) e parzialmente coincidente con la ZSC Montemarcello (velatura bianca).

Infatti, anche se il Progetto/PUO fosse coerente sia con il PUC che col il PdP (Piano del Parco) dovrebbe comunque essere verificato il rispetto delle norme che tutelano habitat e specie all’interno della ZSC. Ovvero: esistono delle Misure di Mitigazione, previste da Regione nel 2017, che sono state appositamente redatte per rispettare la disposizione dell’Unione Europea che con la Direttiva Habitat del 2006 ha istituito la Rete Natura 2000. In sintesi la UE, attraverso la collaborazione dello Stato e delle Regioni, ha identificato delle aree (ZSC) nelle quali sottoporre a tutela la biodiversità (habitat e specie che le caratterizzano) e che sono ricomprese in elenchi denominati Allegati.
Ma come è possibile che un progetto che rispetta PUC e PUO rischi di non venire approvato? Questa apparente contraddizione nasce dal fatto che in casi come questo sia il Piano Urbanistico che quello del Parco sono stati elaborati prima che diventasse vigente la Direttiva Habitat; ovvero prima che venissero istituite le Zone Speciali di Conservazione.
Perché non si è provveduto ad aggiornare subito PUC e PdP? In effetti sia il PUC che il PUO sono solo ora in fase di aggiornamento, ma questo avviene con notevole ritardo rispetto a quanto sarebbe previsto dalle norme di settore. Il Piano del Parco, approvato nel 2001, avrebbe dovuto essere revisionato integralmente entro il 2011; il PUC, approvato nel 2002, è solo ora in fase di completa revisione.
Cionondimeno le Direttive Comunitarie vanno rispettate e l’eventuale ritardo nell’aggiornamento dei Piani vigenti non può essere assunto come scusante. Tanto è vero che nei casi in cui ciò non avvenga l’Unione Europea può avviare una procedura di infrazione che può risultare in una pesante multa a carico della Stato inadempiente.
Il Parco, quale Ente Gestore della ZSC Montemarcello, deve quindi garantire l’applicazione delle Misure di Mitigazione attraverso lo strumento della Valutazione di Incidenza.

Perché il Progetto non appare coerente con le Misure di Conservazione della ZSC.

Le Misure di Conservazione vigenti si suddividono in tre tipologie:
  • quelle comuni a tutte le ZSC ricadenti nella medesima area geografica (in questo caso Mediterranea)
  • quelle specifiche per il sito, indipendentemente dall’habitat e dalle specie
  • quelle specifiche per Habitat e specie
Nel caso della ZSC Montemarcello quelle specifiche per il sito vietano, tra l’altro:
  • eradicazione di piante di alto fusto e delle ceppaie vive o morte nelle aree boscate, salvo che: 
    • gli interventi di eradicazione di specie alloctone invasive e/o 
    • interventi finalizzati alla conservazione di habitat o habitat di specie sottoposti a valutazione di incidenza e/o 
    • interventi previsti per motivi fitosanitari e/o di pubblica utilità”; 
  • trasformazione delle aree boscate e alterazione del sottobosco”.
Mentre quelle specifiche per l’Habitat 9340 (Leccete) prevedono, coerentemente a quelle generali per il sito, che la eventuale attività di selvicoltura sia svolta: 
  • favorendo la conversione dei cedui a fustaia disetanea e tutelando gli alberi vetusti e il legno morto; 
  • favorendo  lo sviluppo di situazioni miste con altre latifoglie (in particolare roverella, orniello, carpino) e arbusti della macchia (Arbutus unedo, Viburnum tinus, Phillyrea latifolia, Pistacia terebinthus…) e con avviamento alla fustaia disetanea; 
  • prevedendo l’apertura di radure su superfici limitate, appositamente progettate per la conservazione di aspetti di transizione ed ecotonali (macchia, gariga e prati aridi) per la fauna
Lo scenario “ideale” ipotizzato nelle Misure di Conservazione è quindi molto vicino allo stato di fatto mentre appare significativamente distante da quello di progetto sia per la parte mantenuta a bosco (in cui è prevista una “pulizia” del sottobosco naturalisticamente non corretta) che, ovviamente, per la parte trasformata in coltivi.

Alcuni miti da sfatare
  • Il presunto degrado del sito
Chi si esprime a favore del progetto lo fa anche in nome di un presunto degrado dell’area, esemplificato da concetti quali “l’abbandono di rifiuti” o in merito alla presenza di specie botaniche esotiche o invasive. In effetti, proprio per l’assenza di strade carreggiabili che penetrino l’area, questa non è affetta dal notevole problema delle “discariche abusive” che invece contraddistingue buona parte del territorio circostante. Infatti l’unica parte parzialmente gravata da questo impatto è la radura attorno all’unico edificio propriamente detto (“casa del cantoniere”), appunto perché servita da una strada sterrata.
Per quanto attiene alla qualità della vegetazione, anche qui si può dire che Vallestrieri (proprio perché il recupero della vegetazione spontanea è ormai di lunghissima data) sia territorio libero da specie esotiche invasive (es: robinia e ailanto) e che quelle invasive autoctone (come i rovi) caratterizzino pochissime aree aperte (ancora la radura sopra citata e l’estremo lembo occidentale, di più recente abbandono); mentre l’invasività di specie rampicanti come l’edera si realizza solo a “danno” delle rovine delle antiche case (come è normale che sia).
  • “Chi si oppone al progetto preferisce il bosco ai coltivi”
Chi si oppone al taglio del bosco per aspetti di natura scientifica (in relazione alla sua vetustà ed al suo valore intrinseco - praticamente le solite motivazioni alla base delle Misure di Conservazione della ZSC,  per cui criteri e dati oggettivi) tiene invece assolutamente conto del valore che possono assumere i coltivi “tradizionali” (quando frammisti ad aree a macchia e/o boscate) in merito all’incremento della biodiversità, associata com’è al fattore “eterogeneità ambientale”.
Da questo punto di vista, il recupero dei coltivi collinari è quindi auspicabile, e per raggiungere questo obiettivo non c’è bisogno del taglio del Bosco di Vallestrieri, visto che nell’area di terrazzamenti abbandonati in epoche anche recenti (e quindi facilmente riattivabili) ce ne sono davvero parecchi, alcuni dei quali strettamente prossimi al Bosco di Vallestrieri. 

Il progetto Terre Incolte

A conferma della inconsistenza della motivazione “recupero dei coltivi” come punto di forza del Progetto di villaggio turistico vi è anche un lavoro prodotto negli anni scorsi da parte dello stesso Parco Montemarcello Magra-Vara.
Il Progetto “Terre Incolte” ha provveduto infatti a rilevare e cartografare le particelle di territorio meritevoli di recupero in base a una classificazione delle terre incolte, abbandonate o insufficientemente coltivate.
Nella cartografia prodotta sono state indicate 3 diverse situazioni:
  • i boschi
  • le aree ancora coltivate
  • i coltivi abbandonati o insufficiente coltivati.
Nell'immagine sotto è stata riportata esclusivamente quest'ultima categoria.


L’area di Vallestrieri presenta una matrice boschiva (così classificata dallo stesso progetto Terre incolte) con piccole isole di coltivi abbandonati, mentre le aree da recuperare abbondano in altre parti del territorio del Parco.




sabato 14 maggio 2022

Il palazzo scomparso di Piazza Sant'Agostino: dove si trovava davvero?

Il rendering del palazzo che andrebbe a colmare il "vuoto" del palazzo di Piazza Sant'Agostino posto tra l'omonima Via e Via Calatafimi ha attirato sul progetto (non ancora reso pubblico) tutta una serie di critiche.

Img. 1 (da Città della Spezia)

C'è chi teme per i resti di quel bel portale medievale che si trova ora sul lato Via Calatafimi (estremamente importante in una città in cui si possono apprezzare pochissime tracce di epoca medievale). C'è chi lo considera un falso storico, in quanto non riprende lo stile originario del palazzo che, dalle foto d'epoca, risultava ben più modesto nella sua facciata.

Dimostrerò che se di falso storico si tratta, la falsità è ben maggiore di quella sinora rilevata ...

In una delle poche foto (prima decade del 900) in cui compare la situazione "originaria" (quella ottocentesca) si nota che sia il palazzo tra Via Sant'Agostino e Via Calatafimi (n°1) che quello tra Via Calatafimi e Via Sforza (n°2) non sono oggi più presenti.

Img. 2

Andando a cercare una planimetria antica che riporti questa sistemazione originaria possiamo ricorrere alle tavole "del Chiodo", ovvero i rilievi realizzati intorno al 1860 propedeuticamente alla costruzione dell'Arsenale. 

Realizzando una sovrapposizione dei perimetri dei palazzi su una foto satellitare moderna si nota  che il Palazzo n°1 terminava ben più avanti di dove ora lo si vorrebbe ricostruire (perimetro giallo).

Img. 3 (base ricavata da Google Earth)

E nella famosa foto ottocentesca attribuita a Noack il "nostro" palazzo non è quindi quello che termina la palazzata, bensì uno più interno:

Img. 4

D'altronde questo dato era certamente conosciuto a chi ha curato la ripavimentazione della Piazza in quanto è stata lasciata traccia dell'antico sedime nel disegno realizzato con la disposizione delle pietre.

Img. 5

In conclusione:

  • il palazzo il cui sedime si vuole andare a riutilizzare era un componente interno alla palazzata tra Via Sant'Agostino e Via Calatafimi e non ha mai avuto una facciata sulla Piazza
  • l'edificio n°1 che compare nelle foto di inizio secolo non ha quindi nulla a che vedere con il palazzo in questione
  • in più si può notare che la palazzata andava restringendosi da via Prione a Piazza Sant'Agostino, per cui qualsiasi eventuale "rifacimento" dovrebbe tra le altre cose rispettare questo andamento originario.




lunedì 21 febbraio 2022

LE MOTIVAZIONI DELLA SEGNALAZIONE DELL'OLIVETO DELLA CROCETTA TRA GLI ALBERI MONUMENTALI DELLA REGIONE LIGURIA

 

Ho segnalato (19.02.22) l'oliveto della Crocetta di Porto Venere (come da prassi indicata dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) al Comune di Porto Venere e al competente ufficio regionale per il suo inserimento nell'elenco degli alberi monumentali del Ministero per i quali poi si attua la norma per cui "Salvo che il fatto costituisca reato, per l'abbattimento o il danneggiamento di alberi monumentali si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 5.000 a euro 100.000". Inoltre l'inserimento nell'elenco fornisce la possibilità di accedere ai finanziamenti appositamente dedicati.

Regione ha risposto immediatamente, chiarendo che "L’iter per la proposta di inserimento all’interno dell’Elenco degli alberi monumentali prevede che, a seguito di segnalazione, il Comune sul cui territorio ricade l’esemplare in questione provveda ad effettuare una verifica, attraverso la compilazione di una “scheda di identificazione” ... che deve essere inviata allo scrivente Settore unitamente alla proposta di inserimento nell’elenco regionale degli alberi monumentali. In mancanza di richiesta da parte del Comune l'iter di valutazione non può avere seguito".


Le motivazioni che ho portato sinteticamente nella scheda di segnalazione al Comune sono state: "Si tratta a di un oliveto sopravvissuto alla gelata del 1985 che trova il suo massimo interesse dall'essere associato al famoso muro emisferico detto anche “muro pantesco” posto al confine tra coltivi e falesie del Muzzerone a difendere gli olivi dai forti  venti da libeccio e maestrale. Le chiome risultano modellate dal vento, in plastica continuità con il muro e la sua curvatura in senso sia orizzontale che verti cale. Il muro è attualmente sottoposto a Valutazione di Interesse Culturale da parte delle Soprintendenza, per i caratteri di unicità che lo contraddistinguono".

Ora quindi dovremo verificare che il Comune provveda ad attivare la pratica anche perché dalle linee guida del Ministero non ci sono dubbi che questo gruppo di olivi rientri in più criteri tra i sette previsti dal Ministero:

Criterio b)  pregio  naturalistico  legato  a  forma  e  portamento.
.... nel  caso  di  esemplari  sottoposti  ad  azioni  climatiche  particolari  si  evidenzierà  la singolare conformazione assunta sia dal tronco e dalla chioma che dalle radici e dal colletto.  Ad  esempio  in  presenza  di  vento  dominante  si  evidenzierà  la  chioma  a bandiera  assunta  dall’esemplare,  ...

Criterio f) pregio paesaggistico.  
Il pregio paesaggistico è da attribuirsi ad un albero o ad un insieme di alberi  (componente  naturale)    quando  vengono  soddisfatti  l’aspetto  percettivo,  seppur  questo caratterizzato da una certa  soggettività,    e/o  quello  legato  alla  presenza  incisiva  dell’opera dell’uomo come fautore del paesaggio e come fruitore dello stesso. Si valuterà pertanto, da una parte, se il soggetto  abbia  un  peso  significativo  nella  percezione  del  paesaggio  tale  da “segnarlo”, renderlo unico, riconoscibile, oltre che apprezzabile e/o, dall’altra, se esso costituisca identità  e  continuità  storica  di  un  luogo,  punto  di  riferimento  topografico,  motivo  di toponomastica. ...

Criterio g) pregio  storico-culturale-religioso.  
Trattasi  di  un  criterio  antropologico-culturale.  Esso  fa riferimento al senso di appartenenza e riconoscibilità dei luoghi da parte della comunità locale. L’albero  o  l’insieme  di  alberi  che  rispondono  a  tale  criterio  sono  quelli  che  rappresentano  il valore testimoniale di una cultura, della memoria collettiva, delle tradizioni, degli usi del suolo ma anche delle pratiche agricole e selvicolturali.


 



lunedì 13 aprile 2020

Variazioni storiche del Magra nella zona del ponte di Albiano-Caprigliola

Img 1  Variazioni storiche dell'alveo del Magra 1877-1954-2004
Senza voler necessariamente correlare queste informazioni alla caduta del Ponte (avvenuta il 9 aprile 2020), è importante provare a interpretare come sia variato il fiume in quella zona sia in epoche storiche che nei tempi recenti.
L'immagine 1 è stata realizzata riportando su una foto aerea di Google Maps la perimetrazione dell'alveo attivo del fiume in tre diverse epoche. In rosso l'alveo al 1877, in verde al 1954, in giallo al 2004. L'alveo ottocentesco rappresenta in pratica l'area di naturale divagazione del corso d'acqua. Il progressivo restringimento comporta che gli eventi di piena, a parità di portata, aumentino di livello e di velocità, con maggiore potenza erosiva e di impatto.

Il ponte di Caprigliola sfrutta un punto di naturale restringimento, ma la diminuzione della sezione a monte e a valle ripercuote ovviamente i problemi anche in quell'area.

(I dati sono ricavati da "Studio geomorfologico del Fiume Magra e del Fiume Vara finalizzato alla gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità" , Rinaldi, Simoncini, 2006).

Img 2  Confronto tra diverse immagini di Google Maps tra il 2003 ed il 2018
Analizzando le immagini di Google Earth si nota come, più che l'alluvione del 2011 (registrata nell'immagine del 2012), le modifiche maggiori siano intervenute anteriormente, tra il 2007 ed il 2011: confinamento dell'alveo di magra (ovvero quello che compare bagnato) in sponda sinistra, lato Caprigliola, e ampliamento dell'alveo di piena in sponda destra. Tra il 2012 ed il 2015 si assiste invece ad una erosione in sponda destra, ovvero lato Albiano.
Ovviamente i cambiamenti avvenuti dopo il 2012 possono essere stati in gran parte dovuti alle modifiche conseguenti l'alluvione del 2011 a livello di bacino idrografico: in pratica un assestamento legato al raggiungimento di una nuova fase di equilibrio. A questa modifiche possono anche aver concorso tutti quegli interventi di sistemazione idraulica e difesa spondale realizzati dal 2012 in poi, sia a monte che a valle.
Il fiume è infatti un organismo dinamico fortemente interrelato sia a livello longitudinale (dalla sorgente alla foce) che a livello trasversale (dall'alveo attivo alle aree golenali interessate dagli eventi di piena).


Img 3 e 4 La variazioni più recente a livello del ponte di Caprigliola (per quel che è ravvisabili dalle foto aeree) è stata quella di una erosione in sponda destra, lato Albiano (a sinistra nelle foto)




mercoledì 26 febbraio 2020

Casermette di Pagliari: una cementificazione "fuori luogo"

Raffronto stato esistente e stato di progetto
Preoccupazione per la prevista "Realizzazione opere di urbanizzazione Ex stabilimento fusione tritolo" di cui al "Programma straordinario per la riqualificazione urbana" del Comune della Spezia.
Opere di urbanizzazione (strade e parcheggi), ma anche ampie superfici destinate a piani urbanistici operativi di iniziativa privata, che si sovrapporranno (con una operazione veramente calata dall'alto, che non tiene minimamente conto dello stato preesistente ne del coinvolgimento degli abitanti) su una pregiata area verde costituita in massima parte da vetuste essenze arboree, in prevalenza tigli (ma anche castagni ed aceri), presumibilmente impiantati all'epoca della costruzione degli stabilimenti militari.
In stretta prossimità di un'area sportiva utilizzata da numerose società di calcio giovanile l'area verde fa da filtro a quartieri già abbondantemente impattati da numerose sorgenti inquinanti. Viali alberati che rappresentano una significativa testimonianza della sistemazione a verde delle aree militari.

Ci si chiede se le modalità di utilizzo del territorio, e più specificatamente del suolo, debbano essere sempre le stesse, utilizzando come unico fattore degno di essere considerato quello economico. Anche in casi come questo in cui ci si trova a disporre di un parco verde che fa da filtro tra Darsena, Viale San Bartolomeo e il campo sportivo dove centinaia di ragazzi praticano calcio. Anche quando è ormai evidente che uno dei fattori ineludibili a guidare le nostre scelte debba essere quello relativo alla mitigazione e all'adattamento al cambiamento climatico, in merito al quale il corredo vegetale gioca un ruolo molto importante sotto molteplici punti di vista.

Sovrapposizione della nuova strada e dell'area che ospita edifici e piazzali alla situazione attuale
Senza pure contare l'importanza del fattore impermeabilizzazione del suolo, strategico in epoca di eventi meteorici eccezionali, ingigantito dalla caratteristica specifica di quella parte di territorio, per sua natura molto sensibile al problema degli allagamenti.
Classico progetto calato dall'alto, sia metaforicamente che materialmente: una vera colata di cemento.

Splendidi tigli ed aceri frutto di antiche piantumazioni
l'ingresso all'area
La strada per il campo sportivo, oasi verde 

sabato 28 dicembre 2019

Come il progetto della "Piazza Sospesa" stravolge alcuni elementi dell'identità storica spezzina

Fig. 1 Il progetto della Piazza Sospesa
Questo progetto in un colpo solo riesce a mortificare ben tre elementi di forte rappresentazione storica della città:
1. Via Diaz
2. i Giardini di Garibaldi
3. la Banchina

Ma andiamo per gradi. Dal momento che il progetto non è stato reso disponibile, traggo le informazioni sullo stesso dalla stampa locale e da un video rendering diffuso.
La piazza sospesa, così è stata definita la struttura dal progettista e dall'amministrazione comunale, è un percorso di collegamento ciclopedonale per rendere continuo il tratto cittadino dal centro storico e l’area mare, da Via Prione – Via Diaz fino alla Passeggiata Morin, che è attualmente interrotto dalla presenza di Viale Italia”.
La vera e propria piazza sospesa, dalle dimensioni di 170 metri per 5.5 metri, coincide sul tratto di Viale Italia ed è raggiungibile dal centro cittadino attraverso Via Armando Diaz e dal mare attraverso la banchina Thaon di Revel, per mezzo di due rampe ciclopedonali di 76 metri. La piazza sarà raggiungibile anche dai giardini, grazie ad una scalinata di 117 metri immersa nel verde che ha inizio nei pressi del monumento di Giuseppe Garibaldi. Sono tre, quindi, gli accessi: dalla città su Via Armando Diaz, dal mare sulla banchina Thaon di Revel e dai Giardini Pubblici nei pressi del monumento Garibaldi. Inoltre, sono previsti due ascensori, uno dalla Passeggiata Morin e uno da Viale Italia, per garantire la massima accessibilità e fruibilità della nuova struttura e per integrare tutti i percorsi ciclopedonali esistenti".

Fig. 2 Il ponte arriva da Via Diaz e all'innesto con il Ponte del Mirabello si presenta come un vero e proprio edificio

Via Diaz:

Fig. 3 Il ponte impegna per quasi la sua totalità Via Diaz, occludendo il fondamentale cannocchiale visivo.
Via Diaz, la vecchia Via Prione a mare, chiamata anche Via della Banchina: la rampa di accesso al ponte la va a occupare una lunga porzione della splendida via alberata, interrompendo il cannocchiale visivo tra Via Prione ed il mare; un vero delitto paesaggistico, se si pensa si sta parlando dell’originale asse viario storico tra Porta della Marina (attuale Piazza Mentana) ed il Ponte di Sbarco.
Fig. 4 Il cannocchiale visivo da Piazza Mentana verso il mare e la Banchina come si presentava ad inizio 900, ancora quasi inalterato oggigiorno

I Giardini di Garibaldi:

Fig. 5 L’aiuola con la statua equestre di Garibaldi perde il suo fondamentale collegamento visivo con il Viale Mazzini, interrotto sia dalla passerella principale che dalla rampa di accesso dai Giardini.
I giardini di Garibaldi, la parte più antica dei giardini storici (il cosiddetto Prato della Marina), con la Statua equestre simbolo della città, interessato da una "rampa di accesso" stile svincolo autostradale. L'Eroe dei due mondi ha la spada sguainata in direzione del Viale, e indica chiaramente la volontà di chi progettò questa parte di città di realizzare un tutt'uno con Viale Mazzini, di cui l'aiuola circolare con la famosa statua costituisce contemporaneamente termine ed inizio, a seconda del punto di vista.
Fig. 6 La Statua di Garibaldi è stata realizzata e posizionata in funzione di Viale Mazzini, nella cui direzione è volto l’eroe nazionale.

La Banchina:

Fig. 7 L’innesto del la Passeggiata Morin con l’antica Banchina viene stravolto dal nuovo edificio e dalla rampa di accesso
La Banchina, l'antico Ponte di Sbarco, una delle prime icone fotografiche della città, già sminuita dal Ponte Thaon de Revel, verrebbe trasformata in un sottopasso della nuova rampa palafitticola che collegherebbe al Ponte pedonale; intaccando anche la relazione fisica con la Passeggiata Morin, a sua volta interessata da una lunga rampa di accesso.

Fig. 8 In questa immagine si colgono gli originali rapporto spaziali e funzionali tra la passeggiata Morin e la Banchina quando la stessa svolgeva ancora la sua funzione di approdo alla città, poi notevolmente alterati dall’inserimento del Ponte Thaon de Revel.

venerdì 20 dicembre 2019

Un parcheggio sulla Sprugola? Anche no ...

Img. 1 Sovrapposizione della Sprugola (come si presentava prima dell'urbanizzazione ottocentesca) alla foto satellitare odierna.
Tra le soluzioni pensate per risolvere il problema dei parcheggi in Piazza del Mercato alla Spezia vi è purtroppo anche quella di realizzare un multipiano nell'unica zona (non a caso) non ancora occupata da un edificio.
Bisognerebbe in effetti dire "non più occupata" perché stiamo parlando di quella famosa (ma forse non abbastanza) area che insiste su una risorgiva carsica ("sprugola" in spezzino) che nel recente passato (2000) ha determinato la necessità di demolire un edificio che incautamente era stato costruito sopra. Si tratta infatti di fenomeni carsici sempre attivi, alimentati dalle acque appartenenti ad un vasto sistema carsico che si estende dal Golfo alla Val di Vara.


Nell'immagine 1 la sovrapposizione della Sprugola, così come rilevata intorno al 1860, alla situazione attuale. L'area in questione è quella più a destra, coincidente con una risorgiva separata dal sistema principale, denominata "Sprugolotto Cozzani". Per orientarsi: si trova all'incrocio tra Via Colombo e Via De Nobili; nell'immagine la tettoia color argento sulla destra è quella del Mercato di Piazza Cavour.

Quello spazio è attualmente adibito a ricovero dei banchi amovibili del mercato. O forse sarebbe più corretto dire: "fino a qualche tempo fa adibito ..." perché nel frattempo l'attività erosiva a livello di sottosuolo si è di nuovo manifestata in superficie causando un sprofondamento della soletta in cemento ed un affioramento d'acqua (immagine 2).
Img. 2 Il deposito dei banchi della Piazza non più utilizzabile causa cedimento.

Quindi non solo appare del tutto incauto ipotizzare qualsiasi costruzione in loco, ma anche poco avveduto pensare di spendere denaro pubblico per indagini tecniche che non possono che confermare una situazione ampiamente studiata in passato ed evidente a chiunque voglia.

Non sarebbe invece il caso di trasformare il problema in risorsa e liberare di nuovo le acque per alimentare una aspetto così peculiare dell'identità spezzina, ovvero quello delle sprugole? Facendolo magari diventare una risorsa didattica ed attrattiva turistica? In questo caso si che si potrebbe realizzare uno studio di fattibilità, per l'attuazione di un progetto che finalmente, invece di opporsi, assecondi un fenomeno naturale per trarne i relativi vantaggi ....
Fig. 3 Quadro di Agostino Fossati raffigurante la Sprugola (la chiesa rappresentata è Santa Maria)

Fig. 4 La parte di Sprugola all'interno dell'Arsenale in una foto di Città della Spezia